Aggressione sull’autobus arrestati tre ragazzi «Era truccato come i gay»

Quando i carabinieri sono andati ad arrestarli il più giovane, diciotto anni appena compiuti, Jurgen Ndrelalaj ha fatto lo spavaldo: «Sì, lo abbiamo picchiato, era truccato come un finocchio», Lorenzo Giuliani, vent’anni, si è difeso «a prenderlo a calci sono stati gli altri», Federico Burlando è apparso rassegnato. Nessuno ha negato. Qualcuno, alla fine, ha pianto. Incensurati, sono figli di un impiegato, un pasticciere, un cuoco, famiglie rispettabili e ignare. Tutti sono accusati di concorso in tentato omicidio perché «colpendo Marzio N. con calci, pugni e colpi di cinghia sul capo e sul corpo compivano atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionarne la morte». Se non ci sono riusciti è stato «per cause indipendenti dalla loro volontà». I tre ragazzi finiscono in carcere (Ndrelalaj in quello minorile perché aveva diciassette anni a luglio) mentre due ragazze di 19 anni B.M, barista, e M.B, di origine albanese, sono denunciate a piede libero.

Si chiude così il cerchio delle indagini dei carabinieri di Genova Centro per individuare gli autori del selvaggio pestaggio di un barista quarantenne all’alba del 14 luglio, iniziato su un bus fermo al capolinea e continuato in strada. Il barista operato per un’emorragia cerebrale non rischia più la vita ma non si conoscono ancora le conseguenze neurologiche. Non è in grado di rendere testimonianza. Ha invece testimoniato l’amico che era in compagnia di Marzio, l’inglese Richard Nash, le sue dichiarazioni coincidono in parte con la lunga confessione di una ragazza del gruppo, M.B. Quello che ha scatenato la furia del gruppo di giovanissimi invece non è chiarito: Marzio il 14 luglio, pieno di lividi, riuscì a tornare a casa in taxi, raccontò alla compagna e alla madre del pestaggio e solo sette giorni dopo entrò in coma.

Riferì alla sua compagna: «Una delle ragazze mi ha gridato: che c. hai da guardare il mio ragazzo, sei un gay?», e da lì sarebbe iniziato tutto. M.B. invece ha dichiarato che «uno dei due uomini ha rivolto una frase alla mia amica» (però non ricorda le parole) suscitando la rabbia di Giuliani che ha colpito Marzio con una testata. Jurgen Ndrelalaj si è sfilato la cinghia e ha colpito più volte l’uomo già a terra e sanguinante. Marzio ha chiesto aiuto all’autista che ha fatto finta di non vedere nulla. L’autista, indagato per favoreggiamento, ha detto di non essere stato sul bus, poi di aver scambiato i sangue per birra, quindi di aver seguito il consiglio del nonno «fatti gli affari tuoi».

Sia i ragazzi che i due uomini scendono dal bus ma il pestaggio riprende poco dopo. Dalla vicina sezione dei carabinieri un piantone si affaccia alla finestra, vede l’uomo a terra e sente una voce femminile gridare: «Ora basta, lasciatelo stare, lo state ammazzando» ma pochi minuti dopo in strada non c’è più nessuno.
I carabinieri con pochissimi elementi in mano (due telecamere che riprendono i ragazzi mentre si allontanano) hanno setacciato le celle telefoniche per isolare i presenti «sospetti» quel giorno a quell’ora. Quando M.B. è stata convocata è crollata subito: «Sì, sono io, c’ero. Ma io e la mia amica non abbiamo fatto niente, anzi abbiamo cercato di fermarli e lei ha preso anche una cinghiata».
Ha raccontato di essersi confidata con la sorella e di aver desiderato confessare ma di aver avuto paura dei maschi che avevano intimato alle ragazze il silenzio. Al termine dell’interrogatorio, fra le lacrime ha detto «mi sembra di essermi liberata da un peso».

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Scritto da Magazine Donna il 22/09/2015 5:01

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