Altra balla di Renzi sulle tasse Un’azienda su due paga di più

Ilpeso delle tasse sui contribuenti del nostro Paese continuerà a salire. Parola di Matteo Renzi e di Pier Carlo Padoan: il premier e il ministro dell’Economia hanno certificato con il discusso Documento di economia e finanza, approvato venerdì dal consiglio dei ministri, che la pressione fiscale crescerà costantemente nei prossimi anni. Il rapporto tra prelievo tributario e prodotto interno lordo si era attestato al 43,4% nel 2014;quest’anno arriverà al 43,7%, nel 2016 al 44,2%, nel 2017-2018 al 44,3%, nel 2019 al 44% secco.

Numeri che palazzo Chigi e Tesoro hanno «ammorbidito», in un’altra riga del Def, conteggiando nella voce «pressione fiscale» sia il bonus da 80 euro (che in realtà è una spesa e non una minore entrata: dunque è un mezzo trucco) sia la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia (capitolo assai complesso, ancora da affrontare con la legge di stabilità). Un bluff bello e buono grazie al quale la pressione fiscale dovrebbe addirittura calare fino al 41,9% del 2019. Ma senza gli escamotage contabili e i miracoli, insomma, gli italiani verseranno sempre più quattrini nelle casse dell’erario.

Al calo delle tasse promesso dal governo, del resto, si faticava a credere. La tendenza all’impennata, come noto, viene da lontano. Il Sole24Ore ha fatto due conti sugli anni passati e ha scoperto, mettendo la lente sul fisco a carico delle imprese grazie ai dati di InfoCamere, che la metà delle aziende italiane ha pagato più tasse nel 2014 rispetto all’anno precedente. Soffrono le società del settore energetico, della sanità e dei servizi. L’analisi si è concentrata su Ires e Irap, vale a dire i due principali tributi pagati da chi fa impresa. Ne emerge che il 51,5% delle imprese hapagato più imposte: in media il giro di vite è stato pari a 62.500 euro, circa 5mila euro al mese, grosso modo lo stipendio base di un dirigente. Secondo le imprese coinvolte nello studio InfoCamere «non si vede ancora alcun segnale di riduzione generalizzata della pressione fiscale». Un timore confermato, peraltro, da quanto messo nero su bianco dal governo nel Def.

Il «socio» fisco, insomma, è sempre un peso ingombrante nelle vita degli imprenditori. Il tax rate medio emerso dallo studio InfoCamere è pari al 32,8% dei profitti e arriva al 35,5% nelle attività manifatturiere e al 36,4% di quelle commerciali. La «quota» dei profitti «girata» allo Stato arriva al 40% nelle grandi città del Paese. Un caso eclatante è quello di Roma, dove è stato registrato un aumento record del peso del fisco nel comparto costruzioni: le tasse sul mattone (non quelle sulla casa abitata, ma sugli immobli in costruzione) sono arrivate al 39,6% con un aumento del 4,3%. Il dato più alto è quello del tax rate per le imprese del manifatturiero di Palermo: 43,1%.

I dati fanno rabbrividire e peraltro non sono nemmeno completi. Nel senso che l’elaborazione di InfoCamere e del Sole24Ore è parziale. Perché, nel conteggiare la percentuale di tasse succhiata dall’erario sui profitti, somma solo Ires e Irap. Che sono di sicuro itribu- ti principali e più «pesanti» a carico delle aziende. Quando il calderone è completo, la percentuale di tasse sui redditi sale subito oltre quota 50%. Frattanto Renzi continua a giurare che ci sarà un’inversione di tendenza. E in cima alla lista delle promesse del premier c’è sempre la tassa sulla casa (Imu e Tasi). Il presidente del Consiglio giura che non è una mossa di stampo elettorale, ma una misura che ha una «componente emotiva». Ilpro- blema è la copertura finanziaria: i fondi per cancellare quel balzello al momento non ci sono, altrimenti la traiettoria sarebbe stata già indicata nel Def. E invece è probabile che la faccenda sarà risolta con l’azzeramento delle imposte sulle abitazioni principali con contestuale innalzamento del prelievo sulle seconde case. Una presa in giro. Emotivamente rilevante.

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Scritto da Magazine Donna il 22/09/2015 4:11

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