Bufera su Melania Trump: Il discorso della moglie di Donald copiato da quello di Michelle Obama

1468940956-melania-trumpDopo aver dedicato la prima serata della Convention a dipingere un quadro degli Stati Uniti assediati dal crimine e dal terrorismo, ieri sera la Convention repubblicana si è dedicata all’economia, anch’essa giudicata sull’orlo del precipizio. Ma gli occhi del Paese erano comunque puntati sull’appuntamento di apertura dei lavori, il famoso roll call degli Stati, che doveva ratificare la nomina di Trump.

Si tratta di un momento tecnico, che in genere non riserva sorprese: la moderna tradizione politica vuole che quando si arriva al roll call siano stati fumati i calumet della pace e le asce di guerra siano state seppellite. Vuole cioè che il partito sia unanimemente unito dietro il suo candidato. Ma ieri sera c’era suspense e ci si chiedeva se qualcuno degli Stati in cui Donald Trump ha perso durante le primarie non avrebbe scelto invece di esprimere disaccordo. Il Texas ad esempio, o il Colorado, tutti e due grandi sostenitori di Ted Cruz, il senatore texano ultraconservatore, ed entrambi leader di un tentativo di ribellione nella prima giornata di lavori.

La candidatura di Trump non è certo a rischio. I suoi 1237 delegati ce li ha, e nessun glieli può togliere. Ma altre manifestazioni di dissenso, proprio alla Convention, quando il Paese guarda e cerca di capire se vuole quel candidato alla Casa Bianca, sarebbero incresciose. Più che altro avrebbero aggravato l’impressione di dilettantismo, già esplosa con la gaffe del discorso di Melania Trump di lunedì sera, che è risultato in parte copiato da quello di Michelle Obama del 2008.

Per conquistare l’unità, Trump ha organizzato la kermesse di Cleveland come una continuo e ininterrotto l’accuse contro Hillary Clinton, l’unico tema che può davvero funzionare da collante presso gli elettori repubblicani e una certa fetta più conservatrice di indipendenti. Ma le invettive contro l’ex segretario di Stato non dovrebbero oscurare l’allegria che Trump vuole comunicare, come in una grande festa di famiglia, come in uno spettacolo televisivo invece che un appuntamento politico. Molti oratori sono stati infatti scelti in campi diversissimi dalla politica. Ieri sera ad esempio sarebbero saliti sul podio alcuni manager di aziende private e un’attrice televisiva, oltre a due dei suoi suoi cinque figli, Tiffany, nata dalla seconda moglie Marla Maples, e Donald junior, nato dalla prima moglie Ivana.

E infine ci sarebbero state le voci ufficiali del partito: Paul Ryan, speaker della Camera e Mit- ch McConnell, capo della maggioranza repubblicana al Senato, ai quali era affidato proprio il compito di stringere l’establishment intorno a Donald. Nessuno dei due ha mai espresso particolare ammirazione per Trump, e anzi Ryan in particolare nei mesi scorsi aveva avuto anche parole di critica aperta contro l’uomo d’affari, soprattutto per le sue uscite razziste. Ma la disciplina di partito ha avuto la meglio e i due leader hanno accettato Tinvito, come anche il governatore del New Jersey e il neurochirurgo di colore Ben Carson, tutti e due già candidati rivali di Trump, ma poi suoi accesi sostenitori.

Fuori dalla Convention, asserragliata nell’arena Quicken Loans, ci sono state anche ieri le solite manifestazioni pro o contro Trump. Qualche spintone di quando in quando ci è scappato, ma bisogna dare atto alla polizia di aver scelto la strategia del profilo basso, e addirittura alcuni momenti tesi fra manifestanti e poliziotti si sono risolti con abbracci e parole di reciproca stima.

Cleveland II caso della prima giornata della Convention repubblicana ruota intorno a una domanda: Melania Trump ha copiato il discorso di Michelle Obama? Questa domanda, da sola, dà la misura della sconcertante povertà di contenuti di un’assemblea politica che sta candidando il suo leader alla presidenza degli Stati Uniti. Ed è anche una sorta di contrappasso, un effetto boomerang, per Donald Trump che ha trasformato un appuntamento atteso da un anno e seguito dall’opinione pubblica mondiale nella riunione allargata del suo clan, dei suoi famigli, di qualche vecchia gloria e di un gruppo di politici, considerati di media levatura, a caccia di una poltrona.
Le parole pronunciate da Melania, lunedì 18 luglio alle ore 22,00, si sarebbero presto dissolte nell’aria fresca di Cleveland, se nella notte un blog- ger americano, Jarrett Hill, non avesse notato su Twitter: nello speech di Melania ci sono passaggi copiati dall’intervento che Michelle fece nella Convention democratica del 2008. Da quel momento è cominciato l’esame incrociato dei testi e, in effetti, sono emerse tre frasi perfettamente uguali. Diceva la moglie di Obama sei anni fa: «Barack e io siamo cresciuti condividendo gli stessi valori: bisogna lavorare duramente per ciò che si vuole nella vita; la parola data deve essere un vincolo per te: farai quello che dici di voler fare». Ecco Melania Trump, l’altra sera: «Fin dalla mia giovinezza, i miei genitori mi hanno inculcato questi valori: bisogna lavorare duramente per ciò che si vuole nella vita; la parola data è un vincolo: dovrai mantenere ciò che hai promesso».
Le altre proposizioni sac-
cheggiate riguardano i «sogni dei nostri bambini» e «l’integrità, la compassione, l’intelligenza» dei genitori. Innocua retorica, dunque. Ne è nata un’aspra polemica. Le tv hanno trasmesso in parallelo i filmati di Michelle 2008 e di Melania 2016. Ieri mattina Donald Trump era furioso e minacciava di licenziare l’intera squadra che ha lavorato al copione con Melania, ma, a quanto pare, alla fine nessuno verrà cacciato. I pochi big del partito presenti difendono la moglie di Trump. «Grande, ha parlato con il cuore», diceva l’ultra conservatore Mike Huckabee, intercettato nella zona blindata. The Donald ha twittato: «Melania formidabile, sono molto orgoglioso di lei».
L’ira di Trump ha una spiegazione. Ha esposto sua moglie al sarcasmo dei Social e improvvisamente tutto l’armamentario della Convention è apparso futile, artificiale: i cappelli da cowboy della delegazione del Texas, le camicie degli hawaiani, «la mozione del delegato di Guam», i «nostri cari veterani», le mezze figure invitate sul palco a leggere pensierini tutti uguali da un grande gobbo, la scadente ricostruzione dell’attentato al compound di Bengasi.
Non è bastata, non poteva bastare, la tirata del settantaquattrenne Rudy Giuliani per riempire il vuoto. L’ex sindaco di New York, dal 1994 al 2001, ha messo in scena una performance veemente, con toni e parole da film western sui «terroristi islamici radicali»: «So chi siete, sto venendo a cercarvi». I delegati, il pubblico nel terzo anello del pa- lazzetto si è entusiasmato, ha gridato, scandendo le lettere: «Usa, Usa».
Ma se nessuno discute, si interroga, dibatte con libertà, se la sceneggiatura e la regia sono quelle di un grande show, al servizio di un mattatore, allora è inevitabile che tutte le critiche e, se qualcosa va goffamente storto, tutto il sarcasmo si scarichino sul leader unico. Il tycoon newyorkese, però, è sicuro: questa è la strada giusta per arrivare alla Casa Bianca.

FacebookTwitterGoogle+
Scritto da Magazine Donna il 20/07/2016 6:09

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *