Cacciavite e tenaglie le armi del delitto. L’ivoriano aveva ammesso di essere in Italia per cercare fortuna ma non era stato espulso

È prevista per oggi l’udienza di convalida del fermo di Mamadou Kamara, accusato del duplice omicidio dei coniugi di Palagonia. La posizione dell’ivoniano peggiora. Perché, secondo i primi esiti dell’autopsia, la donna settantenne, Mercedes Ibanez, prima di essere uccisa avrebbe subito un tentativo di violenza sessuale. Ci sono diversi indizi al riguardo. Tra cui il ritrovamento di uno slip insaguinato nel giardino della villa, teatro della mattanza del 30 agosto, che potrebbe appartenere al diciottenne africano. Mamadou se li sarebbe sfilati per non destare sospetto, cosi come ha fatto con il resto dei suo i indumenti, scegliendo, per il rientro nel centro di accoglienza di Mineo, maglietta, pantaloni e ciabatte di Vincenzo Soiano, l’altra sua vittima. Quanto a sua moglie Mercedes, rivelano fondi investigative, l’esame del medico legale ha evidenziato «ecchimosi e segni di una colluttazione» in una zona del corpo, l’inguine, tali da «ipotizzare che la donna abbia potuto subire violenza sessuale». La certezza siavrà dopo gli esami istologici sugli organi della vittima, ma ci vorranno delle settimane.

Nel frattempo non cambia il reato per cui è indagato l’ivoriano di 18 anni, accusato della tragedia di Palagonia: duplice omicidio aggravato. Sempre dall’autopsia emergono altri dettagli utili alla ri-costruzione della scena, come l’arma del delitto. Le ferite sui corpi dei coniugi Solano sono riconducibili all’uso di un grosso cacciavite e di una tenaglia o di una pinza. Kamara ha colpito più volte e con furia le sue vittime, fino a causarne la morte. La dinamica confermerebbe anche l’altro sospetto degli inquirenti. E cioè che l’ivoniano non era da solo, ha agito alla presenza di un complice. Anch’egli da ricercare tra gli ospiti del centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo.1441010630-ivoriano

Le esequie dei coniugi Solano si terranno oggi in contemporanea con l’udienza di garanzia davanti al gip di Caltagirone. Gli investigatori stanno controllando i tabulati del cellulare personale di Mamadou Kamara, dal quale sarebbero partite alcune chiamate. Il diciottenne nega ogni responsabilità. Durante l’interrogatorio ha dato la sua versione dei fatti: «Il borsone», che conteneva cellulare, computer portatile, telecamera, fotocamera e catenine d’oro appartenenti alle vittime, «l’ho trovato per strada, che male c’è?». Dopo aver fornito questa spiegazione, pretendeva pure di essere rilasciato: «Perché mi state trattenendo, visto che ho chiarito tutto?». Ma l’evidenza inchioda l’uomo alle sue responsabilità. Anche le incongruenze sugli orari che ha fornito l’ivoriano hanno insospettito gli agenti: «Sono uscito dal Cara alle 6» ha spiegato, «e sono rientrato alle 6.20. Non avrei avuto il tempo di andare e tornare da Palagonia». Ma la registrazione dell’uscita da Centro di Mineo non esiste e il poliziotto di turno nega di averlo visto passare dall’ingresso principale. È molto probabile allora che l’africano abbia scavalcato la recinzione o sia passato attraverso uno dei tanti buchi creati nella rete. Kamara non è in grado di dare spiegazioni circa il suo vestiario oversize. Al momento del fermo portava una maglietta grigia, un Pantalone e le ciabatte appartenenti all’uomo massacrato nella villa.

Kamara, dicono ora quelli che lo avevano accolto al Cara, era apparso subito un personaggio particolare. Era sbarcato a Catania lo scorso 8 giugno. Aveva fatto richiesta di asilo politico perché sosteneva che la sua vita in Costa d’Avorio era in pericolo, precisando però di voler rimanere in Italia per ragioni economiche: «Voglio fare fortuna qui». Probabilmente la sua domanda di asilo sarebbe stata respinta. Tozzo ma fisicato, il diciottenne si era iscritto a un corso di fitness (abbandonato quasi subito).

Non aveva familiari, aveva legato con altri ragazzi africani, con cui faceva branco. Ieri, intanto, il Cara di Mineo è stato teatro di altri casi di cronaca. Due migranti del Gambia sono stati picchiai! e rapinati con la pistola. I carabinieri hanno fermato tre giovani portandoli in caserma. Potrebbe essere una prima rappresaglia.

Sulla vicenda si scatena la polemica politica. Il vice presidente del Senato Roberto Calderoli invoca «la reintroduzione della pena di morte». Il grillino Alessandro Di Battista attacca i «nuovi negrieri» del Ned che «permetteva a vari soggetti di spartirsi soldi nostri e a Castiglione, sottosegretario del governo Renzi, di avere un ritorno in termini di voti». Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, si dice «allibita dal silenzio di Renzi che interviene sullo scibile umano», mentre il leader leghista Matteo Salvini chiede la chiusura del Cara di Mineo: «Ci mancava solo il tagliagole che partiva in missione proprio da li».

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Scritto da Magazine Donna il 02/09/2015 8:58

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