Caso Shalabayeva: indagati in otto per sequestro di persona, tra cui il capo dello Sco, Renato Cortese

Sequestro di persona: è l’accusa che i pm di Perugia contestano al capo dello Sco Renato Cortese, al questore di Rimini Maurizio Improta, ad altri 5 poliziotti e al giudice di Pace Stefania Lavore per il caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov espulsa dall’Italia nel 2013. La donna fu prelevata dagli agenti di polizia che cercavano il marito.

Cortese era allora capo della Mobile di Roma, Improta – che si occupò dell’espulsione – il capo dell’ufficio Stranieri della Capitale.  Con la stessa accusa, nel registro degli indagati della procura perugina – competente ad indagare in quanto è coinvolto un giudice del distretto di Roma – compaiono poi Luca Armeni e Francesco Stampacchia, all’epoca rispettivamente dirigente della sezione Criminalità organizzata e commissario capo della Mobile, Vincenzo Tramma, Laura Scipioni e Stefano Leoni, tre poliziotti in servizio presso l’ufficio Immigrazione.

Gli uomini della Mobile e dell’Ufficio Stranieri si presentarono nella notte del 29 maggio del 2013, insieme ad altri agenti, nella villa di Alma Shalabayeva aCasal Palocco, con un mandato di cattura dello Stato kazako rilanciato dall’Interpol. La donna, con un rapido procedimento che ha visto anche il timbro del procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, fu espulsa dall’Italia a bordo di un aereo pagato dall’ambasciata kazaka insieme alla figlia di sei anni, dopo un passaggio nel Centro di identificazione ed espulsione. Una sentenza della Cassazione del luglio del 2014 ha poi stabilito che madre e figlia non dovevano essere espulse dall’Italia.

Il governo annullò l’espulsione. Quando scoppiò il caso, il governo annullò il decreto di espulsione e iniziò la trattativa diplomatica, condotta dall’allora ministro degli Esteri Emma Bonino, per il ritorno di Alma e della figlia in Italia.

Le dimissioni del capo di Gabinetto del Viminale. Ma si tratta di una storia ancora oscura, in cui non venne mai fuori il reale ruolo del Viminale e le eventuali pressioni del governo kazako, con cui il nostro Paese mantiene rapporti economici molto stretti. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, negò di essere stato avvisato dell’operazione, e soprattutto negò di aver ricevuto delle pressioni dai diplomatici kazaki. La responsabilità politica, se così si può dire, ricadde sul capo di Gabinetto del ministro, Giuseppe Procaccini, che si dimise.

La cronaca del presunto sequestro. L’operazione inizia nella notte del 29 maggio 2013, quando i poliziotti della Mobile e dell’ufficio Immigrazione di Roma, guidati rispettivamente da Cortese e Improta, si presentano nella casa dove viveva la moglie del dissidente kazako. Prendono Alma e il cognato Bolat, e li portano in un Cie. La sera dopo liberano Bolat perchè ha un documento di uno stato Ue considerato valido. Mentre considerano falso il passaporto centrafricano di Alma che resta nel Cie.

La consulenza sul passaporto. L’ufficio Immigrazione fece una consulenza sul passaporto dichiarandolo falso. La consulenza fu determinante per l’espulsione. La Farnesina, per voce del ministro degli Esteri Emma Bonino, negherà di essere stata coinvolta nella valutazione del passaporto. La consulenza fu smentita dallo stato centrafricano che dichiarà la validità del documento.

L’udienza di convalida del “trattenimento” dal giudice di Pace. Il 31 mattina si svolge l’udienza di convalida del trattenimento (non dell’espulsione), nel Cie. Gli avvocati della donna dello studio Vassalli-Olivo vanno in udienza davanti al giudice di Pace Stefania Lavore, ma non riescono a parlare con la loro cliente: gli viene detto che possono fare il colloquio con la donna solo alle 15. Ma quel colloquio non avvenne mai. In quel momento tutti erano concentrati al “trattenimento” nel Cie, non all’espulsione. In casi normali, per l’espulsione ci vogliono mesi, e certo non c’è un aereo privato che preleva gli espulsi.

Il nulla osta della Procura. Gli avvocati, avvisati per tempo dal capo della Mobile che era stato comunque deciso da qualcuno di espellere Alma, si recarono in Procura nel tentativo che fosse evitato il loro rilascio del nulla osta. Che, invece, fu concesso a tempo record.

La perquisizione. Mentre si svolge in mattinata l’udienza dal giudice di Pace, una squadra di poliziotti torna nella casa di Alma, dove ci sono Bolat, sua moglie (sorella di Alma), e loro figlia. Ci sono anche la figlia di Alma, e la coppia di inservienti. Arrivano altri legali sempre dello stesso studio che assistono alla perquisizione e ad alcuni sequestri di documenti e materiale.

La rissa per il verbale. I legali chiedono che i verbali della perquisizione e dei sequestri vengano fatti nella casa. I poliziotti dicono di non avere i computer, mettono tutto in un sacco, e, dopo una accesa discussione con gli avvocati, si recano negli uffici della Questura di San Vitale portando Bolat. Gli avvocati sono indotti così a seguirli, lasciando la casa (e la figlia di Alma) senza la presenza di un legale.

Il blitz: altri agenti prelevano la figlia. Mentre il gruppo di poliziotti-Bolat-legali se ne va in Questura, arriva in quella casa un’altra squadra di agenti, preleva la coppia di inservienti, la sorella di Alma e la bambina, e li accompagnano all’aeroporto dove nel frattempo viene portata dal Cie anche Alma. Chiedono alla Shalabayeva se vuole lasciare la figlia in Italia, affidandola agli inservienti, o se vuole portarla con sè: la donna sceglie di non separarsi dalla figlia. Madre e figlia vengono fatte salire su un aereo affittato dall’ambasciata kazaka e rimpatriate ad Astana.

Il plauso dell’avvocato. “La magistratura di Perugia ha dimostrato grande indipendenza e autonomia. Alma ha presentato la denuncia alla procura con grande fiducia. La denuncia era per sequestro di persona, quindi quello che è stato scritto avrà trovato conferma nelle indagini. Guardiamo con attenzione, poi valuteremo se costituirci parte civile”. Lo ha dichiarato all’Adnkronos il legale di Alma Shalabayeva, avvocato Astolfo Di Amato.

Alma a Roma, Muktar detenuto in Francia. Vive a Roma, ma non nella villa

di Casal Palocco, Alma Shalabayeva. Insieme con i figli  è  cittadina della Capitale da tempo. Il marito, invece, è ancora detenuto in Francia. Una figlia grande vive in Svizzera ed un altro figlio è a Londra.

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Scritto da Magazine Donna il 27/11/2015 5:02

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