Che fine ha fatto il Renzi 1? La scomparsa del “campione”

Dopo il voto dell’aula sul calendario, la Lega Nord andrà dal presidente della Repubblica”. Con queste parole del capogruppo leghista al Senato, Gian Marco Centinaio, le opposizioni annunciavano la loro marcia al Colle. Era il 24 luglio del 2014, a Palazzo Madama la maggioranza aveva imposto il contingentamento dei tempi (la cosiddetta “tagliola”) sulle riforme costituzionali. E mentre il corteo verso il Quirinale si snodava per il centro di Roma, Matteo Renzi non si faceva spostare di un millimetro: “Loro pensano di farci innervosire, di farci mollare. Io non mollo. Vado avanti dritto”. E così fu: tra maratone notturne, espedienti regolamentari, e temibili minacce come quella di far saltare le ferie, il Senato approvò la riforma costituzionale in prima lettura l’8 agosto. Aventino delle opposizioni e tripudio di abbracci tra il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi e tutta Forza Italia.

SOLO UN ANNO DOPO, non si capisce che fine abbia fatto il Renzi rullo-compressore. Il rottamatore, l’asfaltatore. Lui stesso – analizzando i risultati deludenti delle amministrative – diceva “Devo tornare al Renzi 1”. Ma dov’è, qual è il Renzi 1? Il copione dell’estate 2015 doveva essere lo stesso del 2014 per portare all’approvazione in Senato in terza lettura delle riforme. E invece no, voto rimandato a settembre, o chissà. La maggioranza non ha i numeri. Né in Commissione Affari costituzionali, né in Aula. Con i 25 senatori della minoranza dem sul piede di guerra, per quanto Renzi sia disposto a cedere (almeno in parte) su quello che doveva essere uno dei pilastri del nuovo Senato – la non elettività – l’accordo non si trova. Rischio caduta troppo alto. E le unioni civili? Fortemente in bilico il sì prima della pausa (difficile la quadra con Ncd). La riforma della Rai? Tempi non più tanto sicuri. E di portare in Aula la prescrizione non se ne parla proprio.

“Sembrano gli ultimi tempi del governo Letta”, si sente dire sempre più spesso in Parlamento. Tradotto, galleggiamento e sfilaccia-mento. Finito il patto del Nazareno, con l’elezione di Mattarella è venuto meno l’asse portante del governo. Ncd è divisa in bande, peraltro con diversi gradi di guai giudiziari. E la minoranza del Pd si è ringalluzzita. “È piuttosto suonato”: dopo il voto delle amministrative, il premier veniva descritto sotto choc. Poi è diventato quasi invisibile, alle prese con grane insolubili (dall’immigrazione alla Grecia, dove non ha toccato palla).

ECCO CHE il peccato originale di Matteo diventa il suo tallone d’Achille: l’assenza di una classe dirigente. Il governo si era detto pronto a cambiare i presidenti delle Commissioni. Cambio atteso il primo luglio, poi rimandato all’8. Adesso si parla del 21. Rinvio richiesto della maggioranza. Ormai in ballo ci sono solo le 4 Commissioni di Montecitorio a guida FI. La quadra non c’è. Ovvero, per Renzi è difficile trovare 4 persone di cui si fida (che però non gli facciano ombra), almeno teoricamente in grado di svolgere il lavoro richiesto e che non alterino equilibri già precari. “Con le Commissioni deve fare anche il rimpasto di governo”, dicono fonti ben informate. Doveva essere subito dopo le dimissioni di Lupi ( il 19 marzo). Poi prima di Pasqua, poi dopo Pasqua, poi dopo le amministrative. Poi forse adesso, ma meglio a settembre. Mancano almeno un ministro degli Affari regionali, un vice ministro dello Sviluppo Economico e uno degli Esteri. “Al Mise non c’è più nessuno che segua le v er t en z e”, si lamentano i più. Si fanno (da mesi) i nomi di Amendola, Quagliariello e Damiano in entrata. Per ora, solo indiscrezioni.

E la segreteria? Le amministrative hanno chiarito che Renzi il Pd non lo controlla minimamente e ogni giorno c’è un caso locale (l’ultimo, la renzianissima Sara Bia-giotti, sindaco di Sesto Fiorentino, sfiduciata dal Pd). Ci vorrebbe un vice forte e in prospettiva un nuovo segretario. Ma chi? Idee zero, se non l’ipotesi Boschi, da presentare al congresso del 2017. Lui scende, lei sale: dovrebbe diventare premier nel 2023 (“Io faccio 10 anni, poi lascio”, dice Matteo pubblicamente e privatamente).

MA QUANTO può durare così? La domanda serpeggia. Sussurri: “Quando cominciano a uscire indagini giudiziarie a tutto campo, qualcosa si muove”. E mentre da Palazzo Chigi filtrano annunci di grandi rilanci, non ben identificati in autunno, si fanno scenari. Che vedono entrare in gioco come futuri premier Graziano Delrio o addirittura Mario Draghi. Ipotesi (per ora) fantasiose. “Non c’è un ‘alternativa credibile”, dicono tutti. Chi con rammarico. Chi con sollievo. Sarà per questo che nella minoranza dem si preferisce non commentare le intercettazioni tra il premier e il generale Adinolfi. Non è ancora il caso di disturbare troppo il manovratore. Ma sono partite due corse: Matteo spera di agganciare la ripresa economica; nemici e finti amici aspettano di trovare un’alternativa per poter cogliere gli effetti del logoramento in atto. Si accettano scommesse su come andrà a finire.

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Scritto da Magazine Donna il 12/07/2015 6:34

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