Cocoricò chiuso per droga, serve davvero per arginare lo spaccio?

La discoteca Cocoricò ha chiuso i battenti. Dopo la morte di Lamberto Lucaccioni, 16 anni, per una pasticca di ecstasy consumata nel tempio della techno, la disco di Riccione è stata chiusa per 120 giorni su disposizione del questore di Rimini. E dire che non era a prima volta. Prima di Lamberto, al Cocoricò ci sono stali altri due ragazzi morti, sette ricoverati in coma, uno salvo grazie a un trapianto di fegato. E poi alcol a fiumi, spettacoli al limite della pornografia, perfino l’evasione fiscale. Eppure, a molti questa chiusura sembra una vittoria di Pirro. «1 ragazzi andranno da un’altra parte, qui intorno è pieno di posti come quello», mormora Gino, pensionato, che abita in viale Abruzzi, a due passi dal Cocoricò. E il problema, forse, non è neppure la discoteca. «Parliamoci chiaro: il 90 per cento dello spaccio di droga avviene fuori dai locali, non dentro».

Achille Zecchini, 1° dirigente della Polizia di Stato della Questura di Rimini, è il poliziotto che ha firmato il provvedimento di chiusura del Cocoricò. E la fotografia che fa a Oggi del mondo dello sballo è davvero inquietante. «I pusher sanno dove trovare i ragazzi: li vanno a cercare alle fermate dei bus, fuori dagli alberghi low cosi, ai bar in riva al mare. Li perseguiamo con ogni mezzo: cani antidroga, agenti in borghese. Ma il problema è che lo spaccio tra giovanissimi non nasce in discoteca», afferma il funzionario. E dove allora? «A scuola. Comincia tutto da lì». Lamberto non ha comprato l’ecstasy sulla Riviera. L’ha comprata a casa, a Città di Castello, «da un ragazzino che conosceva perché frequentavano lo stesso istituto», e se l’è portata in tasca fino a Riccione. «Se le dicessi che per noi il liceo perbenissimo di centro città è pericoloso quanto il locale dello sballo, mi crederebbe? Eppure è proprio così», scuole la testa Zechini, una figlia di vent anni che quando era adolescente sbuffava perché lui le faceva una testa tanta sulle schifezze che girano, «ma adesso ha capito, eccome». Il fatto è che le droghe sintetiche, quelle coi nomi da cartone animato, Fefé, Meow Meow, Bonzai, Ivory Wave, Katy Pus, quelle che ti mandano in pappa il cervello, si trovano anche ori line. E per farle girare, basta un messaggino.

Monza, una gelida notte di gennaio. Una volante passa accanto alla fermala del bus e vede una ragazza che sta prendendo a calci e pugni la pensilina. Anna (nome di fantasia), 16 anni, era appena uscita dalla discoteca, dove si era fatta di ketamina presa chissà dove. Ricoverata d’urgenza all’ospedale San Gerardo, Anna rimane per dieci giorni in stato dissociativo. Control-lando il suo cellulare, gli agenti notano una serie di strani messaggi su WhatsApp. Niente parole, solo emo-ticon, disegnini e faccine. È il codice utilizzato dai ragazzi con i loro pusher, anche loro giovanissimi. Il quadrifoglio rappresenta la marijuana, l’omino col turbante l’hashish, il sacco giallo col simbolo del dollaro il pagamento. Seguendo quella traccia, la Polizia  scopre un gigantesco giro di spaccio, gestito interamente via smartphone. Grazie all’operazione monzese Sballo 2.0, a marzo otto persone sono finite in carcere e cinque ai domiciliari.

Va bene, pensano i genitori, la droga non viene spacciata solamente in discoteca, ma è soprattutto lì che si consuma. Possibile che gli esercenti non ne sappiano niente?

«La questione è complicata: tenere d’occhio lo spaccio di droga in un posto buio con centinaia di persone che vanno e vengono non è facile», spiega Zechini. «Ci sono esercenti che ti dicono: “Ho messo le telecamere, faccio i controlli, lascio entrare le forze dell’ordine, cosa posso fare di più?”. Ma ci sono anche quelli che fanno finta di non vedere». Il top dello sballo, nei locali più in, è prendere il tavolo al privé, ordinare la bottiglia di champagne e farsi la pista di coca sotto gli occhi di lutti. E così che qualche anno fa sono finiti ai domiciliari i due componenti della società che gestisce l’Hollywood e il The Club, due tra i locali più esclusivi della movida i milanese. Accusati di agevolazione all’uso di di’oga, hanno patteggiato 18 mesi di carcere e una multa. «Ma che I l’esercente abbia favorito lo spaccio lo devi dimostrare», spiega Zechini, «e non è come dirlo».

Be’, ma la chiusura del Cocoricò servirà da monito per gli altri locali, metterà almeno un limite, no? «No. È solo un’illusione», commenta Giorgia Benusiglio, che per l’ecstasy, a 17 anni, ha rischiato la vita ed è salva solo grazie a un trapianto di fegato. «Dopo quello che mi è successo io non  ho mai smesso di andare a ballare. Ballare è bello, è divertente, non va demonizzato. Quello che deve cambiare è la cultura dello sballo». Da anni, Giorgia racconta la sua esperienza ai ragazzi delle scuole. E sta progettando una campagna d’informazione, Restarling Milano, che dal capoluogo lombardo vorrebbe esportare in tutta Italia. «L’unico modo per tenere lontani i ragazzi dalla droga è parlargliene», afferma sicura. «Senza giudizi, senza toni professorali. Parlare di che effetti ha, dire che mezza pasticca può costarti la vita, come è successo a Lamberto, ma prima di lui a Kristei, Maxim, Luca, Olivia, Peter e Giulia. Ma bisogna fare in fretta». Settimanale Oggi di Fiamma Tinelli

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Scritto da Magazine Donna il 04/08/2015 9:17

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