Coppia dell’acido: Tra trenta giorni si decide la sorte del figlio

Anche la peggiore delle madri deve stare con suo figlio». Parole forti, espresse da don Antonio Mazzi, il fondatore della comunità Exodus, campione di solidarietà verso chi ha bisogno, ha sbagliato e vuole redimersi. Questa volta, però, la sua voce esce ancora più forte dal coro.

Quella a cui fa riferimento il sacerdote non è una mamma qualsiasi, ma Martina Levato, 23 anni, che con il suo compagno, Alexander Boettcher, 30 anni, la sera del 28 dicembre 2014 a Milano ha sfigurato con l’acido l’ex fidanzato Pietro Barbini, suo coetaneo: per la feroce aggressione hanno entrambi ricevuto una condanna a 14 anni di reclusione. La “coppia diabolica” è tornata al centro delle cronache dopo che, il 15 agosto, Martina ha dato alla luce un bambino, il piccolo Achille, subito allontanato da lei dal Tribunale dei minori di Milano, che ha aperto il procedimento di adottabilità del bimbo. Ecco spiegato lo sfogo-appello di don Antonio Mazzi, che vorrebbe madre e figlio affidati a lui e alla sua comunità.

Del resto tutto nella vicenda della coppia dell’acido è incredibilmente sopra le righe. Dal rapporto tra Martina e Alexander, un morboso miscuglio di pratiche masochistiche (con l’imposizione di ferite e tatuaggi inflitti con un bisturi, sigarette spente sulla pelle), di sesso estremo e di dipendenza luna dall’altro, fino alle deliranti motivazioni che li hanno spinti a programmare e mettere in atto le aggressioni (con il presunto complice Andrea Magnani sono infatti imputati per altri due agguati con l’acido).

Un quadro ambientale e psicologico che ha portato Giuseppe Gennari, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, a definire Martina e Alexander «serial killer con uno sprezzo assoluto dei valori fondamentali comuni alla specie umana». È davvero complicato, insomma, trovare un piano criminale tanto spaventosamente folle da mettere a confronto con quello da loro commesso.

Così, perfino un lieto evento come la nascita di un figlio si trasforma, nel caso di Martina e Alexander, in una tragedia. È umanamente difficile rimanere insensibili al fatto che la donna, da quando ha dato alla luce Achille, lo ha visto solo per mezz’ora ogni mattina. E che lei dopo il parto sia stata riportata in carcere e il bambino trasferito invece in una casa famiglia.

È di questi giorni la notizia che il neonato sarà portato dalla madre in prigione una volta la settimana. E che Vincenzo e Maria Rosa Levato, i nonni materni, incontreranno il nipotino due volte la settimana, sempre sotto gli occhi di un’assistente sociale e di uno psicologo che dovranno valutare se la coppia è in grado di crescerlo. In attesa del 30 settembre, quando il Tribunale dei minori di Milano riceverà i risultati dell’indagine sociale sul nucleo familiare, che diranno se il  piccolo può crescere nella sua famiglia naturale o sarà dato in adozione.

Diversa la situazione del papà di Achille: il riconoscimento di paternità da parte di Alexander Boettcher è stato avviato ma non ancora completato. Nel momento in cui lo sarà, gli assistenti sociali determineranno tempi e modi per fare vedere il bambino anche al padre e a Patrizia Ravasi, la nonna paterna. «Solo allora potranno costituirsi parte nel procedimento di adottabilità», ha spiegato il loro legale, l’avvocato Valeria Barbanti.

Tutto questo non cancella la domanda fondamentale: come si può pensare di affidare un figlio a una tale coppia di genitori? Martina era già incinta e la futura maternità non ha frenato le sue azioni criminali, anzi le ha amplificate.

Lo hanno spiegato i giudici del Tribunale dei minori di Milano:

“Il bambino è stato messo in secondo piano rispetto al loro progetto criminoso, sganciato dalla centralità che un figlio dovrebbe avere nel pensiero dei genitori”.

Allo stesso modo dell’opinione pubblica, anche gli esperti si dividono. Sullo stesso piano di don Mazzi si pone per esempio la ginecologa Alessandra Kustermann: «Va permesso alla madre di vedere il bambino e avere fiducia nel fatto che la nascita di un figlio possa modificare la donna che lo ha avuto», dice. Di parere opposto Simonetta Bonfiglio, psicoanalista: «La profonda dissociazione, con i crudeli comportamenti dei genitori, non lascia spazio perché si sviluppino forme di vicinanza del bambino ai genitori naturali».

Più facile, forse, riconoscersi nei dubbi di Massimo Ammaniti, psicoanalista dell’età evolutiva: «Che futuro avrà un bambino su cui grava e graverà la vicenda delittuosa dei genitori? Ci si può prendere cura di un figlio se si ha un grave disturbo di personalità?». Decidere è davvero duro.

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Scritto da Magazine Donna il 01/09/2015 9:20

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