Crocetta resiste e sfida Renzi: «Non sarà Roma a cacciarmi»

Rosario Crocetta, un anno fa: «Il crocettismo non esiste, io sto nello schema Renzi». Rosario Crocetta, ieri, davanti all’assemblea regionale siciliana: «Soltanto voi deputati, senza diktat romani o di poteri paralleli, potrete decidere della fine di questa legislatura». Il diktat romano è quello di Renzi, nel cui schema Crocetta non rientra più; quanto al crocettismo esiste eccome, e dopo lo scandalo dell’intercettazione pubblicata dall’Espresso e smentita dalla procura è venuto fuori in tutta la sua gloria.

Il crocettismo è l’ultima ideo – logia rimasta ai novanta parlamentari siciliani. Mettersi nelle loro mani era l’unica cosa che il governatore potesse fare per sottrarsi alle unghie del segretario-premier, che ieri sera gli ha inviato l’ennesimo ultimatum: «Se Crocetta e Marino sono in grado di governare governino, altrimenti vadano a casa». A decidere però non sarà Renzi, che non controlla nemmeno il Pd siciliano, ma sarà l’aula dell’Ars, dove almeno settanta in questo momento possono essere considerati crocettiani, perché chi non lo è in modo conclamato è comunque una cellula dormiente del crocettismo, pronta a svegliarsi alla prima votazione pericolosa.

Non c’entra la solidarietà di partito (il Pd locale è un’entità ancora più astratta di quello nazionale) e non è nemmeno questione di autonomismo siculo, che funziona comunque come nobilissimo pretesto. È che, con lui, i deputati dell’assemblea regionale difendono potere e poltrona, visto che dopo Crocetta c’è solo il voto e dopo il voto c’è una legislatura che avrà venti deputati in meno di quelli attuali. Crocetta lo sa e infatti ieri,nel discorso più atteso – patetico, piagnone, tragico, fumoso e persino orgoglioso allo stesso tempo – non si è rivolto al Pd e alla maggioranza, ma a tutti lo – ro. Si è proclamato paladino dell’Ars: «Non possiamo accettare l’azione di coloro che dicono che siamo legati al nostro posto per difendere un’indennità. Tutto ciò è volgare e offensivo per il parlamento e per le istituzioni». E ha pronunciato le parole attese: «Non posso dimettermi. La deriva populista e demagogica che c’è dietro alcune prese di distanza e la rapida richiesta di alcuni di andare al voto, per me è irricevibile».

Calati juncu ca passa la china. La piena che ha travolto Crocetta non è passata, ma forse ha iniziato a scendere. Lui si è piegato, si è fatto giunco: al Corriere della Sera del 21 luglio ha fatto intravedere la possibilità delle dimissioni: «Fatte alcune cose importanti per la Sicilia, possiamo valutare con Parlamento e maggioranza, dentro il centrosinistra, un percorso per una chiusura anticipata della legislatura. Potrebbe bastare un mese…».
Ma era una concessione alla necessità, tanto che si era guardato bene dall’usare parole definitive. E ieri, tra l’evocazione di «poteri occulti che minacciano la democrazia», una citazione della solita poesia di Bertolt Brecht («Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare») e la Preghiera alla vita di Lou von Salomé, che non c’entrava nulla col resto del discorso ma aggiungeva pathos all’evento («Essere, pensare per millenni! Prendimi fra le tue braccia: non hai più altra felicità da darmi…»), l’unica cosa chiara era l’appello a non far cadere la giunta: «Il parlamento può decidere in qualsiasi momento di staccare la spina, ma se lo facesse in questo momento potrebbe rendersi complice di un’azione di sciacallaggio».
Gli imbarazzi dell’Espresso giocano per lui. Nel numero in edicola oggi il direttore del settimanale, Luigi Vicinanza, conferma che esiste l’intercettazione di un colloquio in cui il medico di Crocetta, Matteo Tuti- no, dice al governatore: «Lucia Borsellino va fatta fuori, come il padre». Ma ammette pure che quel nastro loro non ce l’hanno e che questo «sembra un punto debole nella veridicità dell’intercettazione». Sulla vicenda il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha avviato gli «accertamenti preliminari» di prassi.
Crocetta, che ha già chiesto all’Espresso dieci milioni, alza il dito, pensa che il vento stia cambiando e rilancia: «Credo che bisognerà valutare anche una possibile azione di risarcimento miliardario per il danno creato alla Sicilia». Del resto, spiegherà in serata su La7, quello che è accaduto a lui è stato «il più grave attentato alla democrazia dal 1946 in poi». Con buona pace di Palmiro Togliatti, Aldo Moro e tanti altri.

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Scritto da Magazine Donna il 24/07/2015 6:22

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