«De Vincenti era a disposizione | degli uomini di De Benedetti»

Il procuratore di Savona Francantonio Granero alla fine ha deciso di non iscrivere sul registro degli indagati il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, nonostante dalle carte giudiziarie risultino evidenti le sue manovre per far ripartire la centrale a carbone di Vado Ligure della Tirreno Power a dispetto delle indagini per disastro ambientale e omicidio colposo per 427 morti «anomale» e oltre 2 mila ricoveri. «Ci volevano elementi di prova superiori a quelli che abbiamo raccolto. Certo, leggendo gli atti, ciascun cittadino è libero di farsi un giudizio su De Vincenti sul piano dei comportamenti istituzionali e politici». Granero, però, con Libero, si toglie un sassolino: «De Vincenti non ha firmato atti, però emerge dalle telefonate che gli esponenti di Sorgenia e di Cir lo consideravano uno dei loro: stabilivano quello che bisognava dire a De Vincenti perché lui facesse».

Il magistrato si riferisce soprattutto a due indagati: l’ex amministratore delegato di Sorgenia Andrea Mangoni, ma anche a Francesco Dini, direttore Affari Generali del gruppo Cir e consigliere di amministrazione del gruppo L’Espresso. Il sottosegretario, per il procuratore e i suoi investigatori, era un politico a disposizione degli uomini dell’ingegner Carlo De Benedetti, per anni patròn del gruppo Cir e socio di maggioranza della Tirreno Power attraverso Sorgenia. De Vincenti è lo stesso che in una conversazione con Mangoni dice: «Bisogna stare attenti a non fare delle cose che un domani peggiorano la situazione, devo evitare di dare l’impressione di ingerenza sennò facciamo il gioco del…». L’economista, per i carabinieri del Nucleo operativo ecologico, si sarebbe «adoperato per suggerire la strada a Tirreno Power per aggirare» le leggi. Un’accusa ripresa da alcuni quotidiani e a cui il sottosegretario ha così replicato: «Trovo singolare che il mio nome compaia in alcuni titoli di giornali mentre nei testi risulta chiaro che a mio carico non c’e’ assolutamente nulla».

Granero non è del medesimo parere e spiega perché gli inquirenti lo abbiano citato nei loro atti: «Serviva per dare un quadro di riferimento alrea-to base che è il disastro con i morti e le persone ricoverate in ospedale e dimostrare come la pubblica amministrazione si muovesse in quel contesto non prima, ma dopo, quando già si sapeva di quei morti e di quei ricoverati. Il ministero dello Sviluppo economico (all’epoca delle intercettazioni De Vincenti era viceministro, ndr) è intervenuto per procrastinare tutti i termini e fare in modo che la centrale potesse continuare a funzionare coi vecchi sistemi e a bruciare carbone con lo stile degli anni ’70». Nelle intercettazioni si parla anche di un decreto legge in preparazione e la cui bozza proveniva dal Mise;gli stessi funzionari del ministero dell’Ambiente chiamati a limarla la definiscono «una porcata«. Per fortuna quel decreto non ha mai visto la luce. Però per il magistrato pure quel tentativo fallito evidenzia un elemento psicologico: «Chi si muoveva e pensava a quel modo ha compiuto anche degli atti amministrativi e a tutti coloro che li hanno sottoscritti, per esempio gli esponenti dell’ex giunta regionale ligure (quella guidata dalpiddino Claudio Burlando ndr), abbiamo contestato l’abuso d’ufficio. Sebbene io fossi più favorevole a immaginare pure per loro un’altra ipotesi di disastro». Nell’inchiesta emergono rapporti diretti con De Benedetti? «Risultano dei suoi probabili contatti, ma indiretti, con l’ex presidente della Regione». E gli uomini di Cir e Sorgenia sono decisivi in questi “maneggi” per bypassare le leggi? «Decisamente sì, in quegli anni molto di più della componente francese (il socio transalpino Gdf Suez ndr) di Tirreno Power. Negli atti ci sono moltissime intercettazioni della rete di Mangoni e De Benedetti è il loro socio diriferimento».

De Vicenti sembra volesse far presentare un esposto contro Granero davanti al Csm, ma la scoperta non ha turbato il sonno del procuratore: «Quando l’ho saputo mi sono convinto di essere nel giusto e quindi ho rafforzato la mia determinazione come ho sempre fatto di fronte alle minacce, alle insinuazioni e alle pressioni». Granero ha un suggerimento anche per il cronista: «Sarà interessante per chi fa il suo mestiere andare a vedere quanto abbiano incassato in termini di dividendi i soci nel corso degli anni: quell’azienda era una miniera d’oro. Pensi che uno dei sindaci della Tirreno Power e diUnicreditha detto che il denaro usciva dal rubinetto come il latte». I magistrati nell’avviso di chiusura indagini per gli 86 indagati hanno sottolineato che in 11 anni l’impianto ha fruttato agli azionisti Sorgenia, Gdf Suez, Iren e Hera circa 1 miliardo di euro di profitti e ha garantito «la distribuzione effettiva di utili ai soci pari ad almeno 700 milioni di euro». Un tesoro finito soprattutto nelle casse della Sorgenia della famiglia De Benedetti, che dal 2007 al 2011 è stata l’azionista di maggioranza della Tirreno Power. Di questo parlano in un’intercettazione Man-goni e Giulio Rolandino, dipendente di Mediobanca. Nella conversazione, secondo i carabinieri, «viene espressala consapevolezza che se i soci non si fossero divisi interamente gli utili maturati negli anni addietro ci sarebbero di fatto stati i fondi da investire nelle migliorie ambientali della centrale termoelettrica di Vado Ligure». Le parole di Rolandino sono forse più efficaci della sintesi degli investigatori: «Avete portato via 700 milioni di dividendi che se non fossero stati portativia sarebbero stati lì per rifare la centrale d’oro».

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Scritto da Magazine Donna il 16/07/2015 7:13

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