Dimissioni Marino: il sindaco cede ma in una lettera avverte: «Posso ripensarci entro 20 giorni»

Mi dimetto, ma anche no. L’epilogo tragicomico dell’esperienza di Ignazio Marino in Campidoglio passa da una lunga nota che l’ufficio stampa diffonde alle 19.30, al termine di una giornata che resterà negli annali, con il sindaco barricato nel suo ufficio e la piazza, sotto, diventata un’arena: da una parte cori, striscioni, urla «dimissioni, dimissioni» delle opposizioni; dall’altra i «Marino resisti» di un’attempata truppa di sostenitori dell’ex chirurgo. Nel mezzo, il cordone della polizia, e increduli turisti stranieri che temevano di essere finiti su qualche set cinematografico. Alla fine le dimissioni ci sono state, Marino ha messo per iscritto questa parola che mai avrebbe voluto pronunciare «prima del 2023», ma ha aggiunto una postilla che suona tanto di beffa all’odiato Pd di Matteo Renzi, colpevole di averlo scaricato o, quantomeno, di non averlo mai davvero appoggiato. «Ho compiuto la mia scelta», ha scritto Marino, «presento le mie dimissioni.

Sapendo che queste possono per legge essere ritirate entro venti giorni. Non è un’astuzia la mia», mette le mani avanti l’ormai ex primo cittadino, «è la ricerca di una verifica seria, se è ancora possibile ricostruire queste condizioni politiche». Vuole tenere un piede dentro. E attacca a testa bassa il suo partito, il Pd, «toccato da un meccanismo corruttivo-mafioso che senza di me avrebbe travolto tutto il Campidoglio». Si è dimesso, ma potrebbe anche ripensarci, sebbene appaia molto difficile un cambiamento della situazione. Tutto il Pd, che ha tiepidamente accolto la lettera e il conseguente videomessaggio su Fb, è stato in pressing fin dalle prime ore dell’alba affinché l’ex senatore dem lasciasse la poltrona.

La storia degli scontrini, le spese pagate con la carta di credito del Comune, sono state solo l’ultimo atto di una gestione costellata da gaffe e passi falsi. Per un po’, nonostante il gelo dei renziani, il commissario romano del Pd, Matteo Orfini ha difeso l’inquilino del Campidoglio cercando di mantenere l’unità della maggioranza. Ma quando ieri dal premier è arrivato l’ordine ai suoi «game over», allora anche Orfini ha detto chiaro: «Ignazio, devi lasciare. Non costringerci a una penosa resa dei conti in Aula». Il genovese, però, si è asserragliato ai piani alti di Palazzo Senatorio. Ha riunito attorno a sé ifedelissimi: in primis l’assessore Alessandra Cattoi, già suo braccio destro nella onlus al centro di un’inchiesta giudiziaria, il titolare della Legalità, Alfonso Sabella, la responsabile del Sociale, Francesca Danese, oltre all’intero gabinetto. Parola d’ordine: resistere.

C’è stata una giunta straordinaria, convocata per le 11, poi slittata alle 13, mentre fonti parlamentari Pd preannunciavano le imminenti dimissioni dei nuovi assessori, i cosiddetti renziani della «fase2»: il vicesindaco Marco Causi, il titolare dei Trasporti, Stefano Esposito, via anche Luigina Di Liegro (Turismo), in bilico Marco Rossi Doria. I primi tre, come da annunci, hanno rimesso gli incarichi, uscendo dal Campidoglio tra i buuh e i fischi della folla. Piazza rovente: E ora Marino cosa fa? «Gnen- te. Aspetta che lo sfiducino in Aula. Non vuole mollare per du scontrini», la versione dei fan. Ore frenetiche. Concitazione. Risse verbali tra attivisti grillini e mariniani.

Una delegazione di Ncd con bottiglia di vino: «Marino fatte n’artro goccio a spese nostre!». Le bandiere di Forza Italia, i canti di Fdi: «Chi non salta comunista è…»,la Lista Marchini in gran fermento. Quando nel pomeriggio Orfini vede al Nazareno la delegazione di Sel, cioè Paolo Cento e Gianluca Peciola, ottenendo anche da loro, ex compagni di viaggio, il sì alla sfiducia, è fatta. Cento dirà che Marino si crede vittima di un complotto ordito a suo danno dal premier Renzi. Forse per questo non intende piegarsi. Si passa alla conta dei consiglieri e per sopravvivere il sindaco ha bisogno di voti che non ha più. Glielo spiegano anche Causi e Sabella tornando dal Nazareno: «Ignazio, non andare al massacro». È sera. Marino non vuole cedere, mapoi chiamalo staffe dettala sua lettera-accusa: vado, «ma spero e prego che questo mio lavoro venga portato avantiper- ché temo», scrive, «che senza di me tornino a governare le logiche del passato, degli illeciti interessi privati e del meccanismo corruttivo-mafioso che purtroppo ha toccato anche parti del Pd». Senza di me, il caos, sostiene il marziano Ignazio. Roma è finalmente libera, esultano invece gli oppositori.

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Scritto da Magazine Donna il 09/10/2015 5:20

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