Emissioni truccate, bufera su Volkswagen

II rischio di sentirsi invincibili e sopra le regole è una regola dei «campioni nazionali» dell’industria, vezzeggiati e protetti dai loro governi. La Volkswagen, gigante automobilistico mondiale, c’è cascata nel peggiore dei modi e ne pagherà enormi conseguenze. Ha usato un «sofisticato algoritmo per software» per imbrogliare sulle emissioni dei suoi motori diesel montati su auto negli Stati Uniti. L’accusa l’ha avanzata l’Epa – l’Agenzia di protezione dell’ambiente americana – dopo un’indagine durata un anno: solo domenica il gruppo tedesco ha ammesso pubblicamente l’imbroglio. L’amministratore delegato Martin Winterkorn si è  scusato con «pubblico e consumatori» e ha ordinato un’inchiesta esterna.

Ci vorrà ben altro. Ingannare le autorità e il mercato è un reato che ha conseguenze pesantissime: il gruppo di Wolfsburg rischia una multa fino a 18 miliardi di dollari (16 in euro). E potrebbe anche dovere risponderne in sede penale per avere imbrogliato le autorità. Ieri, in Borsa, il titolo in Borsa è arrivato a perdere il 23% del valore per chiudere con un calo del 17,1%. La multa, le 500 mila Volkswa-gen e Audi ritirate dal mercato e il blocco delle vendite delle auto diesel in America sono il cuore di questo crollo: ma c’è anche il grande danno di reputazione. Gli analisti tedeschi, ieri, si dicevano certi che lo scandalo avrà ripercussioni anche in altri mercati. E anche le autorità tedesche dovranno aprire un’indagine. In sostanza, nelle auto diesel americane Wolfsburg aveva inserito un software con un algoritmo che faceva risultare inferiori le emissioni misurate durante i test, quindi falsificandole rispetto alla realtà su strada. Con l’obiettivo di convincere gli americani a usare le sue auto diesel in un mercato che per Volkswagen è da anni una delusione e un problema.

La questione apre da subito una crisi di management. Cosa sapevano dell’imbroglio i vertici, già scossi da uno scontro di potere che in primavera ha opposto Winterkorn all’allora presidente (e tutt’ora primo azionista singolo) Ferdinand Piech proprio sulla gestione del gruppo negli Stati Uniti? Il capo delle operazioni in America, Michael Horn, difficilmente resisterà al suo posto. Anche la posizione del potente Winterkorn, però, è ormai in gioco. Ferdinand Du-denhoffer, esperto di auto all’università Duisberg-Essen, dice che, a suo parere, la riunione del consiglio Volkswagen che si terrà venerdì per affrontare la crisi dovrebbe tenersi senza Winterkorn, da dimissionare.

La questione, però, non è solo di uomini. È che il gruppo ha da sempre intrecci profondi con la politica e lo Stato. Non solo il Land della Bassa Sassonia ne è un azionista decisivo (detiene il 20% delle azioni). Non solo i sindacati controllano metà del consiglio di sorveglianza. Soprattutto, il governo di Berlino sviluppa una regolare protezione dell’industria automobilistica tedesca e in particolare della Volkswa-gen – anche in sede europea sulla questione delle emissioni -, mosso dall’idea che un «campione nazionale» vada sempre «aiutato». Un rapporto incestuoso che genera follie. In serata, poi, l’Epa ha fatto sapere che gli Stati Uniti hanno esteso l’indagine anche ad altre case automobilistiche, tanto che sarebbero già cominciati i test sui veicoli di diverse compagnie.

 

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Scritto da Magazine Donna il 22/09/2015 4:45

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