Filippine, ristoratore italiano l’ombra dell’Isis sul suo rapimento

Un altro italiano rapito da un gruppo terrorista fondamentalista islamico. Questa volta nelle Filippine. La vittima è Rolando Del Torchio, che da molti anni vive nel Paese asiatico. Prima come missionario, poi come ristoratore. Del Torchio è stato rapito mercoledì sera da sette uomini armati nel suo caffè-pizzeria a Dipolog City, capoluogo della provincia di Zambooanga del nord dell’isola di Mindanao. La notizia è stata confermata dalla Farnesina. L’ex sacerdote e missionario è stato portato via da sette uomini armati che si sono pre- sentatinel suo locale, fingendosi clienti. Secondo la polizia, il gruppo è stato visto poi salire su un motoscafo per lasciare la città via mare. Nella zona sono attivi diversi gruppi separatisti musulmani. I rapitori, ha riferito il capitano della polizia della città, Roy Trinidad, «sono stati avvistati mentre lo trasferivano su una barca a motore diretta verso la città di Manukan». Le ipotesi sono quindi che si tratti di un gesto terroristico e propagandistico anti occidentale, ma anche il tentativo di estorcere soldi chiedendo un riscatto.

Del Torchio, arrivato per la prima volta nelle Filippine nel 1988 come missionario del Pi- me (Pontificio Istituto Missioni Estere), ha lasciato il sacerdozio nel 1996. Come raccontano media locali, Del Torchio aveva preso questa decisione scandalizzato dall’emergere del fenomeno pedofilia all’interno della Chiesa anche nelle Filippine. Aveva comunque scelto di rimanere sull’isola, nel sud del paese, per lavorare con un’organizzazione che forniva assistenza agli agricoltori della zona. In seguito aveva aperto un suo ristorante, l’Ur Choice Café.

Nell’isola, a grande maggioranza cattolica, è presente una folta comunità musulmana con rivendicazioni per una maggiore autonomia. Malcontento sfruttato da una serie di gruppi separatistiribelli. Il principale, il Fronte islamico diliberazione Moro (Milf), conta oltre 10mila militanti. Altri gruppi armati sono più che altro bande criminali che sifinanzia- no con estorsioni e rapimenti, specie di stranieri. Tra queste anche Abu Sayyaf, il gruppo radicale islamico che gli Usa considerano legato ad Al Qaeda, ma che negli ultimi anni è stato seriamente indebolito dalle operazioni dei militari filippini. Il gruppo venne costituito nei primi anni novanta del Novecento da Abdurajak Janjalani, un filippino musulmano che aveva combattuto nella Brigata Internazionale Musulmana durante l’invasione sovietica in Afghanistan; la prima azione nel 1991 con l’uccisione di due cittadini americani evangelisti a cui seguirono attacchi con esplosivi, rapimenti, assassinii, stupri ed estorsioni in quella che l’organizzazione descrive come la lotta per la creazione di un’entità panislamica in tutto il Sud-est asiatico.

Nel luglio dell’anno scorso, in un video pubblicato sul web, il leader del gruppo, Isnilon Totoni Ha pilon, giurò fedeltà al califfo dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi. Del Torchio, del resto, non è il primo italiano vittima di episodi criminosi nel sud delle Filippine. Soprattutto nei confronti di religiosi. Nel giugno 2007 don Giancarlo Bossi fu rapito da Abu Sayyaf e sequestrato per oltre un mese. Nel 2011 un altro sacerdote, Fausto Tentorio, fu ucciso da un uomo armato non identificato. Un altro missionario del Pime, padre Tullio Favali, era stato ucciso a Mindanao nel 1985.
Del Torchio è originario di Angera, in provincia di Varese, da dove arriva le testimonianze dei cugini. Racconta Daniela Del Torchio: «Mio cugino ama le Filippine, conosce tantissima gente, è pienamente integrato vivendoci da molti anni. Ancora non abbiamo detto niente alla mamma, che ha 92 anni». Nonostante miseria, difficoltà e minacce, (era scampato anche ad un attentato) dopo due anni in Italia, «mio cugino è tornato di corsa nelle Filippine, ormai era lì la sua vita».

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Scritto da Magazine Donna il 08/10/2015 5:21

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