Fiorucci & Mc Donald’s: luci spente a San Babila

Piazza San Babila è sempre stata l’indicatore di che cos’è Milano, più d’ogni altro luogo della città. Ieri, 20 luglio, ha chiuso McDonald’s, sfrattato perché il contratto d’affitto non è stato rinnovato dalla proprietà dell’edificio. Prima di vestirsi dei colori rosso e giallo della multinazionale dell’ha mb ur ge r, quel McDonald’s era Burghy, che fu il luogo simbolo dei pa-ninari. Ieri se n’è andato per sempre anche Elio Fiorucci, che fece di piazza San Babila un posto conosciuto nel mondo almeno quanto Carnaby Street a Londra. Singolare il destino di questa brutta piazza milanese, resa forse ancor più brutta da un arredo urbano che le ha aggiunto improbabili fontane con ringhiera. Eppure è il vero centro della città, più viva, caotica, colorata e vera della vicina (e più elegante) piazza Duomo. Negli anni Settanta fu in piazza San Babila che s’insediarono i fascistelli che cercavano di contrastare i “rossi” che avevano conquistato la vicina Università Statale. Invano. Non c’era manifestazione del sabato pomeriggio che non si concludesse con i sanpietrini (ma a Milano li chiamiamo cubetti di porfido) che spaccavano le vetrine del bar “Quattro mori”, eletto dai sanbabilini a loro sede informale. Gli altri giorni, ci pensavano i ragazzi del Movimento Studentesco, che avevano la loro sede in piazza Santo Stefano, a tenere pulita San Babila dai loro coetanei con Rayban e scarpe a punta a cui aggiungevano, qualche volta, spedizioni punitive e frequentazioni stragiste.

GLI ANNI del “movimento” erano chiassosi dei cori e degli slogan e intossicati dai fumogeni della polizia che tentavano di “riportare l’ordi ne” nella piazza attraversata dai cortei. Quando fu “riflusso”, partì da qui. Basta eskimo, basta loden. I “paninari” vestivano Moncler. Il Burghy era il loro regno. Il panino il loro simbolo, messe da parte le croci celtiche. Fiorucci aveva già aperto il suo incredibile negozio che divenne famoso nel mondo quanto la Madonnina del Duomo, ma più amato dai giovani. E in fondo durò più a lungo delle passioni politiche e delle mode del “riflusso”. Era il 1967 e gli “stilisti” erano ancora sarti. Il made in Italy era una scritta in corpo 5 sui colletti delle magliette. Elio aveva intuito commerciale ma ancor più fiuto estetico e curiosità culturale. Era pop quanto Andy Warhol, creò un ambiente che a Milano (e in Italia) non s’era mai visto, abitato da vestiti e oggetti destinati a diventare icone come i suoi angioletti con le ali. E le vetrine, poi: si andava a vederle come si andava (ancora) al cinema.

A DECORARLE arrivò (era 1984) anche Keith Haring che riempì il negozio milanese dei suoi graffiti. Fiorucci negli anni Sessanta era stato stregato da Londra, la Swinging London di Biba, King’s Road, Carnaby Street. Lasciò le pantofole dell’azienda di famiglia e cominciò a fare moda “democratica”, a divertirsi inventando segni per tutti, non abiti esclusivi. I jeans Fiorucci erano l’alternativa creativa ai Levi’s e ai Wrangler. Gli skinny erano disegnati sul sedere delle ragazze. Fece il miracolo (a Milano): esportò un po’ di piazza San Babila nel mondo. Nel 1976 aprì un negozio a New York sulla 59esima Strada, poi mise le sue insegne colorate a Londra, Los Angeles (in Rodeo Drive), Tokyo, Sydney, Rio, Hong Kong. Più creativo che commerciante, però. Così nel 1990 è il tracollo. Fiorucci cede il marchio ai giapponesi di Edwin International. Nel2003 vende anche il suo negozio di San Babila agli svedesi di H&M. Ma continua a produrre idee con Love Therapy e i suoi nanetti.

VIA MCDONALD’S, dimenticati gli slogan, morto Fiorucci. In questa Milano incerta tra rinascimento e declino, che cosa sarà domani piazza San Babila?

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Scritto da Magazine Donna il 21/07/2015 5:47

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