Gomorra & soci dissetati anche grazie ai politici

In questa inchiesta sulla spartizione pilotata degli appalti dell’acqua in Campania che svela un grumo di intrecci tra camorra, politica e imprenditori edili, e che vede coinvolti pezzi da novanta delle istituzioni pubbliche tra cui il deputato Carlo Sarro e l’ex senatore Tommaso Barbato, sembrano scolpite nel marmo le parole del pentito Massimiliano Caterino, il “ministro” dei rapporti con le ditte per i Casalesi: “Michele Zagaria si sarebbe fatto ammazzare per proteggere gli imprenditori”. Quelli amici, ovviamente, che foraggiavano le casse del clan in cambio di tranquillità e appalti.

IL BOSS ne aveva scritto a mano i nomi su un paio di fogli a quadretti nascosti in un buco di un mobile che arredava la villa-bunker di Casapesenna dove si è nascosto durante la latitanza. E inviava loro videomessaggi registrati col suo computer e portati a destinazione dai fiancheggiatori tramite chiavette usb. Una di queste chiavette di Zagaria è al centro di un giallo. A forma di cuore, marca Kingston, sarebbe scomparsa durante le concitate fasi della cattura del boss, coordinate dagli agenti della Squadra Mobile di Napoli, e poi arrivata ai familiari di Zagaria attraverso Orlando Fontana, fratello di un imprenditore edile della cerchia del boss, Giuseppe Fontana. Orlando Fontana l’avrebbe ottenuta dopo aver consegnato 50 mila euro a un poliziotto della Mobile non identificato. E furono davvero in pochi, all’alba del 7 dicembre 2011, a penetrare nel bunker per prelevare Zagaria. Ma nelle 296 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Napoli Egle Pilla c’è anche altro. Si racconta la storia di come il clan Zagaria, ditte e politici di diverso peso e partito si sedettero a tavola per dividersi la torta dell’acqua.

DUE LE FIGURE di spicco. Il deputato azzurro Carlo Sarro, commissario dell’Ato 3, socio pubblico della Gori, la società che gestisce il ciclo integrato per le acque in una ottantina di Comuni campani, per il quale il gip ha inoltrato alla Camera l’autorizzazione a procedere agli arresti domiciliari per turbativa d’asta. E l’ex senatore Udeur Tommaso Barbato, ex dirigente della Regione Campania nel settore Acquedotti, uno dei primi sponsor della campagna elettorale del governatore Pd Vincenzo De Luca. Barbato è finito in carcere con accuse di concorso esterno in associazione camorristica. Sarebbe stato il creatore del metodo del ricorso sistematico alla “somma urgenza” per pilotare verso le ditte degli amici degli amici gli appalti della manutenzione idrica. Su 5.079 interventi, per un totale di 216 milioni di euro, 2283 (il 45%) fu affidato a ditte di Ca-sapesenna, il feudo degli Za-garia. Non è una coincidenza. Perché Barbato era legato a doppio filo a Francesco Zaga-ria, omonimo cognato del boss, sposato alla sorella Elvira, detto Francuccio ’a benzina, che Caterino definisce “uomo che entrava dappertutto e aveva amicizie con tantissimi politici di ogni schieramento”. Nel settore acque i pentiti parlano anche di un “ingegnere della Regione a disposizione del clan”. È rimasto senza nome. Potente, potentissimo, Francuccio Zagaria prima di morire d’infarto ha occupato per anni un ufficio dell’ospedale di Caserta senza averne alcun titolo. È diventato il primo ospedale commissariato per infiltrazioni mafiose.

TREDICI arresti, di cui otto in carcere e cinque ai domiciliari, con un campionario di accuse che spazia dal concorso esterno al finanziamento illecito ai partiti, dalla corruzione alla turbativa d’asta. Tra gli arrestati, l’ex sindaco di Caserta Pio Del Gaudio e l’ex consigliere regionale Angelo Polverino, entrambi Pdl, per un finanziamento di 20 mila euro alle loro campagne elettorali da imprenditori del sistema Zagaria. L’inchiesta è condotta dai pm della Dda di Napoli Cesare Sirignano, Catello Ma-resca, Maurizio Giordano, coordinati dall’aggiunto Giuseppe Borrelli e dal procuratore capo Giovanni Colangelo: lo stesso pool che ha lavorato alle indagini sulla metanizzazione camorrista dell’agro aversano tramite la coop rossa Cpl Concordia e l’intermediazione dell’ex senatore Pds Lorenzo Diana. Il clan dei Casalesi, oltre al gas, aveva messo le mani anche sull’acqua. Senza problemi di colore politico.

La Procura si è avvalsa del lavoro dei carabinieri della sezione anticrimine del Ros di Napoli, guidati dal colonnello Giovanni Fabi, e del comando provinciale di Caserta, agli ordini del colonnello Giancarlo Scafuri.

LA CIMICE piazzata in una Cherokee ha registrato il 9 luglio 2012 una conversazione che spiega meglio di ogni altra il sistema della spartizione. Nell’auto ci sono imprenditori vicini al circuito del clan, sono gli stessi che qualche mese prima discutevano dei passaggi di mano della usb di Zagaria: “I lavori dieci li facevano costare cinque, io presi pure io un lavoro di manutenzione e pure a me mi diedero tre, quattro somme d’urgenza, poi quando andai a parlare con quel tecnico… diceva: tre, due a noi… uno a voi. uno per il partito.”. Nell’inchiesta sono finite le storie di alcuni imprenditori che hanno provato a rifarsi una verginità denunciando estorsioni mai subite e provando a costituire una associazione antiracket. E le vicende di un carabiniere e un finanziere indagati per aver scambiato notizie riservate con favori: il primo avrebbe spifferato qualcosa sulle indagini su Nicola Cosentino e il fratello Giovanni; il secondo avrebbe rivelato agli imprenditori Fontana informazioni sull’indagine delle Fiamme Gialle nei loro confronti.

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Scritto da Magazine Donna il 15/07/2015 5:23

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