Grecia choc: adesso Tsipras sfida l’Europa

Non hanno capito nulla», mormora Christophoros con gli occhi puntati alla televisione. Sullo schermo sventolano bandiere bianco-azzurre e risultati incontrovertibili: la Grecia ha scelto di non accettare le condizioni poste dai creditori, gli oxi (no) hanno sbaragliato i nài (sì), 61% a 39%. Seduto sul divano del suo appartamento di Alimos, quartiere della media borghesia ateniese, Christophoros si agita come gli oleandri per strada, scossi dal vento della sera. «Non hanno capito nulla. Tsipras ha detto alla gente: volete farvi pignorare la macchina? Volete essere costretti a chiedere un mutuo per pagare la visita dal pediatra? E loro hanno votato “no”, è ovvio.

Non hanno capito cosa c’è dietro, non hanno capito che hanno firmato il ritorno alla Grecia di 40 anni fa». Dirigente in un’azienda farmaceutica, due figlie di 13 e 11 anni, un appartamento di 100 mq «che ora vale un terzo di quello che l’abbiamo pagato», Christophoros Klimi ha paura, e non è il solo. «Ha vinto chi pensa che si può mangiare a sbafo senza mai pagare il conto», commenta sua moglie Natasha. «Noi abbiamo messo i soldi in una cassetta di sicurezza, ma conosco tanta gente che non l’ha fatto. E se domani vanno al supermercato e il bancomat non basta più? Non ci posso pensare».

A due chilometri da qui, nel quartiere lungomare di Voulas, Viki Sfika e il marito Ioannis invece festeggiano con i figli Dimitris e Stefanos. «Abbiamo vinto. La Grecia ha ritrovato la sua dignità», dice Viki, con gli occhi che brillano. «Non siamo più una colonia tedesca, non siamo più la Cenerentola dell’Europa. Da domani si tratterà di nuovo, ma alle nostre condizioni. Nessuno può dire a un greco che vale meno di un tedesco. Nessuno». Nonostante la crisi, Viki, disoccupata dal 2010, non ha paura del futuro. Lei e il marito hanno perfino lasciato tutti i risparmi sul conto corrente, in banca. E se torna la dracma? Viki alza le spalle. Ioannis fa il militare di carriera, in qualche modo se la caveranno, dice, mentre scartavetra le sedie recuperate dal ristorante all’angolo appena fallito e che finiranno in salotto. Il “no” di Viki non batte bandiera rossa: la sua è sempre stata una famiglia di destra, nazionalista. Quelli che hanno votato sì, per lei, sono «gente senza orgoglio e senza coraggio».

Il 5 luglio, in Grecia, non si è tenuto un referendum: c’è stata una guerra fratricida. Amici di lunga data hanno che smesso di rivolgersi la parola, genitori che hanno mandato al diavolo i figli, interi quartieri spaccati in due tra i sostenitori dell’oxi e del nài. «Questo voto ci ha annientato», commenta Andreas Catsakis, 62 anni, ex ferroviere, una pensione di 570 euro con cui mantiene sei persone, mentre guarda cadere la cenere della sigaretta sull’asfalto di piazza Syntagma.

«Qualunque cosa succeda da oggi, abbiamo perso. Siamo un popolo diviso». Intorno a lui, il popolo di Syriza canta e balla.

All’indomani del gran rifiuto greco alla proposta di accordo (peraltro scaduta) dei creditori internazionali, il futuro di Atene è difficile da stabilire. Il ministro delle finanze Yanis Varou-fakis si è dimesso, c’è chi dice che le banche non riapriranno per settimane, che il Paese dovrà ricorrere presto a una moneta parallela (Tsipras smentisce), che la Merkel è furiosa e la Bce non mollerà più un euro, che l’uscita dall’Europa è questione di tempo e dopo «arriverà la Turchia a prendersi qualche isola dell’Egeo, in cambio di prestiti». E c’è chi, come Tsipras e i suoi elettori, sostiene che non è vero nulla, che la Grecia rinascerà più forte di prima, che qualcuno finalmente ha dato un calcio allo strapotere delle banche e dei burocrati di Bruxelles, troppo interessati a non perdere i soldi (e la faccia) per cacciare davvero la Grecia dalla bandiera stellata.

«Il Grexit non esiste: è lo spauracchio che hanno usato quelli che volevano farci votare sotto il giogo della paura», sorride soddisfatta Giorgia Karvunaki, ricercatrice storica dell’ICHRPI, l’International Commission for the

History of Representative and Parliamentary Institutions, mentre tira fuori dal frigo una bottiglia di spumante per brindare. «Sono sette anni che i greci seguono le direttive europee, sopravvivono senza lavoro, vendono la casa, mendicano per strada. Ci sono ragazzi di vent’anni disoccupati, architetti che si riciclano come tassisti, neurologi che vanno a imbiancare i soffitti, e cos’è cambiato? Nulla. Questo “no” serviva, eccome. A ribadire che la Grecia non è la schiava dei banchieri in giacca e cravatta. È un Paese libero». Teseo è tornato, e ha ucciso il Minotauro.

Nella loro casa sulle colline di Atene, vista sul mar Egeo, Iorghos Vatikiotis e sua moglie Marianna scuotono la testa. Studi di finanza in Gran Bretagna, due figli di 15 e 13 anni alla scuola privata, i risparmi messi in salvo da un pezzo, Iorghos e la moglie al referendum hanno votato “sì”, ma non ci stanno a farsi dare dei traditori. «Comodo, puntare sempre il dito sulle colpe degli altri e non assumersi le proprie responsabilità», commenta Iorghos. Il problema vero, dice, è che la mentalità greca andrebbe presa a picconate. «È semplice da capire: per anni ci hanno prestato dei soldi che non avevamo e noi dobbiamo restituirli, punto. Ma no, il greco non la pensa così! Il greco pensa: intanto intasco questi, poi vediamo. Tanto Dio vede e provvede». E ora, cosa succederà? «Ora sono guai veri», commenta Marianna, mentre versa succo d’ananas nei bicchieri. «Se la Grecia esce dall’Europa prendiamo i ragazzi e ce ne andiamo. Gran Bretagna, Germania, Francia, non importa. Dovunque ci sia gente che vuole lavorare. Che non pensa che le cose vengono da sé, perché noi greci siamo più furbi degli altri. Noi siamo pronti, facciamo le valigie. Ma chi non può permetterselo?».

A pensarci, sembra impossibile. I figli dell’antica Grecia, i padri della democrazia, i progenitori dell’Occidente, sbattuti fuori dalla porta di servizio? Petros Markaris, autore dei gialli del commissario Charitos, germanista, studi di economia, assicura che chi pensa ancora ai greci come ai figli dell’Ellade prende il più grande granchio della storia: «Tra Socrate e Tsipras sono passati millenni, di cui nove secoli di impero bizantino e quattro di dominio ottomano: scordatevi Temistocle, i greci di oggi hanno un Dna orientale, sono scaltri, vanno avanti a fakelakis, a mazzette, altro che padri della Patria. Per cambiare le cose, in Grecia, servono le maniere forti», dice, secco.

Secondo gli osservatori internazionali, all’indomani del voto di Atene la speranza di una nuova Grecia è un po’ più lontana. Se non cambia la mentalità, questo Paese non va da nessuna parte. La patria delle pensioni a 50 anni, degli ecografi da migliaia di euro lasciati nel sotterraneo dell’ospedale a prendere la polvere, delle maestre elementari che fanno i salti mortali e pagano le fotocopie di tasca loro (con uno stipendio di 800 euro al mese) pur di portare i compiti ai bambini, non può più funzionare. Non si può vivere per sempre di Dicono che tempo fa, quando il Pa-sok distribuiva soldi a piene mani agli amici, c’erano greci che andavano fino in Germania per comprarsi l’ultimo modello di Porsche Cayenne, 80 mila euro in contanti, sull’unghia. Il giorno dopo il referendum greco c’era una Cayenne parcheggiata sul lato di viale Ermou, a due passi dal Parlamento. Appiccicato al finestrino, un cartello arancione con sopra scritto «vendesi». Prezzo, settemila euro.

FacebookTwitterGoogle+
Scritto da Magazine Donna il 08/07/2015 11:16

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *