Guardatelo, lo sciacallo del mare che guadagna sulla vita degli immigrati

E’ inutile guardare dall’altra parte del mare: se si vuole arrivare al ricercato numero uno della tratta di esseri umani nel Mediterraneo, vale a dire l’etiope Ermias Ghermay, che malgrado l’imponente mole di prove e indizi a suo carico continuerebbe ad agire indisturbato dalla Libia, bisogna cercare a casa nostra. O meglio, un pochino più a Nord: nella civilissima Germania dell’inflessibile
Angela Merkcl. Quella che, proprio come il resto dell’Europa, ha tenuto gli occhi chiusi sull’esodo africano fino a quando non si è trovata i disperati che fuggono da guerre e carestie alle porte. A spiegarlo ai nostri inquirenti è Nuredin Wehabrebi Atta, trentenne eritreo di Asmara e ospite da quasi un anno delle carceri siciliane con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla tratta di essere umani. Al Palazzaccio di Palermo lo chiamano il “Buscetta del traffico dei migranti”, perché è il primo tra i nuovi schiavisti a essersi pentito. È stato ad aprile scorso, dopo il naufragio al largo delle coste libiche che ha inghiottito in un attimo 800 anime, che Wehabrebi ha fatto sapere di voler collaborare con la giustizia italiana: «Perche ci sono stati troppi morti e in particolare quelli di Lampedusa del 3 ottobre 2013, su cui io non centro nulla, e anche numerosi altri», ha voluto precisare.

Da allora Wehabrebi Atta non ha mai smesso di parlare davanti ai pubblici ministeri di Palermo, Calogero Ferrara e Claudio Camillcri, e ai poliziotti della squadra mobile e del Servizio centrale operativo. Decine e decine di pagine di verbali, riempite con i dettagli della sua storia personale che si intreccia inesorabilmente con quella del network che gestisce l’attività criminale dell’immigrazione clandestina. Nelle parole dell’eritreo arrivato in Italia tra il 2006 e il 2007 ottenendo subito lo status di rifugiato, poi arrestato e condannato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e infine, dopo aver scontato la sua pena ed essere uscito dal carcere, arrestato di nuovo il 30 giugno del 2014, ci sono soprattutto i particolari dei contatti con Ermias Ghermay, che Wehabrebi avrebbe conosciuto in Libia, Paese in cui l’eritreo ha vissuto a partire dall’età di 13 anni.

Racconta adesso Wehabrebi agli inquirenti siciliani che testa c portafoglio dell’organizzazione criminale che farebbe capo all’etiope si trovano in Germania: lì è custodita la cassa, quel tesoro milionario costruito sulla pelle dei disgraziati che scappano da guerre e carestie, attraversano deserti, subiscono torture e violenze, sborsano migliaia di euro per un passaggio su una carretta del mare che chissà se riuscirà mai a portarli dall’altra parte del Mediterraneo. Due, tre mila euro per un passaggio in coperta, più o meno la metà per chi non può permettersi un biglietto di “prima classe” e viene sbattuto nella stiva, dove metterà in conto, oltre al rischio di affogare tra i flutti, quello di finire asfissiato se per caso le esalazioni dei motori si facessero, come spesso accade, mortali. Un tesoro dunque, di cui il trafficante pentito racconta da un luogo super protetto chissà dove in Sicilia, dal quale ha partecipato in videoconferenza all’udienza preliminare del procedimento denominato “Ermias + 8” davanti al gup Angela Gelardi. Ermias, come Ermias Ghermay, appunto.

«Lui resta in Libia per gestire gli affari», sono le parole di Wehabrebi, «che a Tripoli vengono spartiti tra quattro gruppi. Lì non lo prenderete, perché gode di protezioni nella polizia. Potete però cercare i suoi soldi, e dovete seguire la moglie, si chiama Mana Ibrahim, nella zona di Francoforte, dopo essere stata a Stoccolma. È lei che raccoglie il denaro per conto del marito, attraverso il metodo hawala». Cioè quel sistema informale di trasferimento di denaro usato dagli islamici, che attraverso una serie di mediatori assicura che la somma dovuta arrivi dal debitore al creditore, non importa in quale continente si trovino. Ermias Ghermay è ben conosciuto dagli inquirenti palermitani che, usando le stesse tecniche utilizzate nelle indagini di mafia, hanno raccolto prove che dimostrerebbero le atroci violazioni dei diritti umani perpetrate dall’etiope nell’organizzazione dei trasferimenti durante i quali stupri di massa e segregazioni sono l’inumana regola cui sono sottoposti i profughi. Dalle intercettazioni telefoniche, per esempio, emergerebbe il coinvolgimento diretto di Ghermay nella strage di Lampedusa di due anni fa, nella quale persero la vita 366 migranti a poche bracciate dalla costa. E dalla salvezza.
Buona parte delle dichiarazioni del pentito sono ancora top secret e in attesa di riscontri e valutazioni, ma di certo Wehabrebi sa di che parla. Come quando, riferendosi alla latitanza libica di Ermias Ghermay, dice «lì non lo prenderete»: parole che hanno un riscontro nella difficoltà degli inquirenti italiani a trovare collaborazione a Tripoli. O quando parla delle migliaia di profughi sepolti nel Mediterraneo. «I morti di cui si viene a conoscenza sono una minima parte, tant’è che in Eritrea otto famiglie su dieci hanno avuto delle vittime dovute ai viaggi dei migranti»

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Scritto da Magazine Donna il 06/09/2015 10:33

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