Il duplice omicidio di Brescia La beffa del killer in tv: «Qui la polizia dorme»

di Giuseppe Spatola – Cappellino da cuoco in testa, viso pulito e ben rasato da bravo ragazzo. Così martedì pomeriggio, poche ore dopo la mattanza di via Valsavio- re a Brescia, con la scientifica nella pizzeria assaltata a colpi di fucile a canne mozze e i cadaveri di Francesco Seramondi e della moglie Giovanna appena portati all’istituto di medicina legale, Muhammad Adnan si presentò davanti alle telecamere dei Tg nazionali e locali. «Non conosco Frank» aveva ripetuto con faccia seria, «so che ha il negozio qui, ma non lo conosco». Mentiva sapendo di mentire il 32enne pachistano arrestato con un complice indiano per l’omiridio dei coniugi Seramondi. Lui, che alle nove e mezza aveva imbracciato il fucile colpendo a morte marito e moglie si voleva forse creare un alibi, denunciando pure lo stato di degrado del quartiere. «Non ho sentito nulla» disse ai microfoni di radio e tv, «ho aperto alle undici e mi hanno detto che avevano ammazzato Frank. La Mandolossa è una zona che fa schifo. Chiamo sempre Polizia e Carabinieri per dire che c’è droga, ma mi rispondono male, lo rispondo loro che pago le tasse. Che paese è l’Italia?».

Adesso l’Italia sarà il paese che dovrà giudicare Muhammad per omicidio. Lui e il cugino, Sarbjit Singh, sono crollati domenica sera dopo 7 ore di interrogatorio confessando, senza remore, il delitto. «Ho ucciso perché Frank vendeva molto di più» così il pachistano Muhammad Adnan ha risposto ai dubbi degli investigatori che stanno scavando nei rapporti tra le vittime e il pachistano, che aveva un’attività concorrente proprio davanti alla pizzeria di Frank. «Ho incontrato i miei assistiti in carcere» ha detto l’avvocato Claudia Romele, legale d’ufficio dei due arrestati, «hanno ripetuto la stessa versione fornita agli inquirenti».

Alla fine i due stranieri bloccati domenica nella Bergamasca, a Casazza, risultano essere anche gli autori del tentato omicidio di un mese e mezzo fa ai danni del dipendente albanese della pizzeria Da Frank. Fondamentali per le indagini le riprese delle telecamere di videosorveglianza esterne ed interne e il rinvenimento dell’impronta di uno degli assassini. «È stata svolta in tempi brevissimi un’inchiesta di tipo tradizionale che ha visto lo sviluppo armonico di tutti gli aspetti investigativi» ha detto il procuratore generale Pierluigi Maria Dell’Osso, «ora si apre la parte più delicata delle indagini: difficile credere che il movente sia legato a una mera questione di concorrenza commerciale. Va indagata questa zona buia».

Gli investigatori sono risaliti a Sarbjit Singh, 33 anni, grazie ad una impronta repertata sulla porta della pizzeria di Frank. Il giorno dopo Ferragosto gli uomini della Mobile lo hanno rintracciato a Casazza dove, nel corso degli appostamenti, hanno visto arrivare anche Adnan. Secondo la ricostruzione della Procura a premere il grilletto sarebbe stato il pachistano titolare di «Dolce e Salato», il locale concorrente di Frank messo in difficoltà dall’ordinanza  entrata in vigore nel dicembre 2010 pochi mesi dopo che lo straniero acquistò la licenza della pizzeria d’asporto.

Le accuse sono pesantissime: duplice omicidio volontario premeditato e tentato omicidio del dipendente di Sera-monti aggredito a luglio mentre tornava a casa. Il fucile e il fodero, abbandonati in un fossato, sono stati recuperati assieme al motorino che gii stranieri volevano far sparire dandogli fuoco. Ha spiegato il capo della Mobile di Brescia: «Dopo il delitto il pachistano ha rilasciato dichiarazioni sulla scarsa incisività delle forze dell’ordine e ha persino ripreso la Polizia all’opera col cellulare».Intanto, mentre rimangono dubbi sul reale movente dei duplice omicidio, gli agenti di Polizia a casa delle vittime hanno recuperato diverse centinaia di migliaia di euro. Un giallo nel giallo. Un tesoro in contanti forse frutto del«nero» fatto nel locale di Brescia o denaro raccolto per finanziare altre attività. Sta di fatto che la Polizia ha sequestrato le banconote di cui ora cerca di capire la provenienza.

Nemmeno il figlio è riuscito a dare spiegazioni su quel denaro di cui non si trova traccia né su libri contabili né dai prelievi nei conti bancari intestati alle società riconducibili alla coppia. Su questo filone indaga la Guardia di Finanza. In questo senso il procuratore capo Tommaso Buonanno ha chiesto di «accendere un faro» su una storia che avrà presto nuovi risvolti: «Per ora non rilasciamo commenti, ne parleremo in seguito».

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Scritto da Magazine Donna il 18/08/2015 9:05

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