Il duplice omicidio nella pizzeria di Brescia: Sembra tutto chiaro, e invece….

Trecentomila euro erano nascosti in casa. Altrettanti nelle disponibilità di Marco, unico figlio della coppia. E, ancora, altri duecento sparsi tra collaboratori e parenti. Ottocento mila curo in tutto: forse un po’ troppi per essere considerati, semplicemente, i risparmi di una vita di due pur indefessi lavoratori. Da dove vengono quei soldi e come mai Francesco Seramondi e sua moglie Giovanna Ferrari non li avevano messi in banca? Ricomincia da qui l’indagine per il loro duplice delitto, per quel rompicapo intriso di sangue che ha come scenario la pizzeria al taglio da Frank e che ha sconvolto l’agosto di Brescia. Perché se i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia appena cinque giorni dopo l’agguato e hanno confessato immediatamente, è difficile per gli investigatori fermarsi al movente della concorrenza spietata che il ristoratore Muhammad Adnan e il suo complice Sarbjit Singh avrebbero ammesso: «Lavoravano solo loro, in città avevano il monopolio di pizze e brioches».

Facciamo un passo indietro. “Frank” Seramondi e la moglie Giovanna, affettuosamente soprannominata Vanna, gestiscono da molti anni due pasticcerie-pizzerie nella città lombarda: una, in centro, è aperta di giorno, l’altra, in una zona industriale poco battuta, è una vera istituzione delle notti bresciane. Ed è proprio qui che l’il agosto, alle 10 del mattino, vengono freddati. Almeno in apparenza, sembrerebbe per le modalità tipiche un’esecuzione mafiosa. Gli investigatori possono vederla quasi in diretta grazie a una telecamera di sorveglianza: due uomini coperti da giubbotti e caschi integrali arrivano in scooter, uno resta fuori dal negozio a fare da “palo” e l’altro entra deciso. Estrae un fucile a canne mozze e fa fuoco su Giovanna, che incontra per prima all’ingresso. Un proiettile le trapassa il collo, l’altro la colpisce alla testa: muore all’istante. Il marito cerca di fuggire nel retro, ma viene inseguito, bloccato per una gamba e freddato anche lui con due colpi. In pochissimi minuti il killer entra, uccide ed esce.

Chi può aver voluto male a quella coppia di imprenditori così conosciuti in città? Nei primi giorni si scomoda la droga e le molte denunce che Frank avrebbe fatto nei confronti dei traffici malfamati nella zona. Ma per gli investigatori queste accuse erano sempre state troppo generiche per causare una ritorsione così brutale. Torna invece alla mente un altro episodio di sangue risalente al  luglio scorso: la sparatoria nella quale era rimasto ferito Arben Corri, dipendente albanese della pizzeria. Un episodio misterioso, sul quale né Corri né i Seramondi, sentiti dalla Procura, erano riusciti a dare una spiegazione. La squadra mobile risale per prima al “palo” che, appoggiandosi alla vetrina del negozio, ha lasciato un’impronta digitale: è Sarbjit Singh, 32 anni. indiano. Il suo telefono viene messo sotto controllo finché il 16 agosto viene intercettato mentre prende accordi con Muhammad Adnan, coetaneo di origini pakistane. Gli agenti li sorprendono mentre fanno a pezzi il motorino dell’agguato, che si erano fatti prestare da un amico ignaro di tutto e che è stato rintracciato grazie al numero di targa visibile dai filmati. Subito la confessione e l’ammissione anche dell’agguato al dipendente della coppia. Adnan, aspirante ristoratore, da un collaboratore di Frank aveva comprato qualche tempo fa un’altra pizzeria-kebab poco distante. «Seramondi aveva mandato davanti al mio negozio gli spacciatori e i drogati, così io non lavoravo e non potevo pagare i debiti», ha detto.

Un movente debole, secondo gli inquirenti. Ma allora perché sono stati uccisi Frank e Giovanna? Gli accertamenti sui loro movimenti bancari sono solo all’inizio e il periodo estivo ha rallentato l’indagine. Si continua a scavare, dunque. E a cercare spiegazioni anchese, specificano gli investigatori, la presenza di molto denaro contante non è necessariamente indicativa di un’attività illecita. Tuttavia il questore Carmine Esposito ha ammesso che tra le ipotesi al vaglio c’è anche quella di un giro di usura. Ha detto il procuratore generale Pierluigi Maria Dell’Osso: «Bisognerà accendere un faro sulle relazioni e la vita dei protagonisti della vicenda». Insomma, anche con assassino e complice rei confessi in cella, l’indagine è tutt’altro che conclusa.

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Scritto da Magazine Donna il 26/08/2015 7:08

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