Il Pd caccia Crocetta: sembriamo la Grecia

La rivoluzione di Rosario Crocetta in Sicilia è arrivata al capolinea. Ieri, nel corso di una drammatica direzione regionale del Pd in cui nessuna voce si è levata per difenderlo il presidente della Regione ha dichiarato la sua disponibilità a dimettersi. «Lo farò se il partito me lo chiede». E il partito per bocca del segretario Giuseppe Raciti lo ha chiesto. Non è ancora detto che accada o che accada subito anche se il deputato regionale Fabrizio Ferrandelli ha già pronta una mozione di sfiducia e anche il Megafono, la costola del Pd che fa capo direttamente a Crocetta ha voltato le spalle al capo. A questo punto la sola assicurazione sulla vita per il presidente restano i grillini. Rappresentano già il primo partito in Sicilia e alle recenti amministrative hanno vinto tutti i ballottaggi, compreso quello per il Comune di Gela, doVera cominciata la carriera politica di Crocetta. Per Renzi un problema in più. Ai suoi occhi Crocetta è come Marino se non peggio. Tuttavia non può liberarsene subito per non spalancare le porte ai Cinquestelle.

In passato era sempre stata la magistratura a togliere le castagne dal fuoco al Pd mandando in crisi il centrodestra: la prima volta condannando Totò Cuffaro e la seconda mandando sotto processo Raffaele Lombardo. Stavolta la storia è molto più complicata anche se la presidenza della Regione è finita, nuovamente, nella ragnatela di sanità e malaffare. Più o meno come accade in tutte le Regioni italiane a dimostrazione che il federalismo, per com’è fatto, serve soprattutto a ingrassare la casta. A inguaiare Crocetta è stato Matteo Tutino, chirurgo e medico personale di Crocetta la cui ascesa nella sanità siciliana ha impressionato per rapidità, fino all’arresto disposto lunedì dalla procura di Palermo. Una vicenda quella del medico che a ogni piè sospinto rivendicava il suo specialissimo rapporto col presidente, che ha rappresentato l’ultima goccia per Lucia Borsellino, assessore alla Sanità e, soprattutto, figlia di Paolo. Per due anni e mezzo è stata la bandiera dietro cui Crocetta diceva di condurre la sua battaglia per la legalità e contro la mafia.

Le dimissioni della Borsellino hanno fatto cadere il velo della retorica attorno a cui il Presidente aveva avvolto la sua giunta. È caduta sotto i colpi degli scandali, strappato da due anni e mezzo di malgoverno e disastri firmati dai paladini di quel grande inganno che ha edificato un sistema di potere saldamente in mano a una conventicola di amici. Fino alla denuncia finale arrivata dalla Corte dei Conti: «La Sicilia è come la Grecia». Concetto ribadito maldestramente dallo stesso Presidente ieri all’assemblea dem.

A questo punto il Pd deve decidere che cosa fare. Può tentare la via della rottamazione seguendo la via tracciata da Davide Faraone, sottosegretario alla Pubblica Istruzione e tessera numero 1 del renzismo in Sicilia. Si tratta però di una bandiera un po’ sdrucita visto che due anni fa, alle primarie per il sindaco di Palermo, fu fatto a pezzi dalla resurrezione di Leoluca Orlando. Certo da allora molte cose sono cambiate ma il partito appare troppo spaccato per sperare di vincere. Tanto più che il successo ottenuto due anni e mezzo fa con Crocetta non fu un successo del Pd ma una sconfitta del centrodestra che, tanto per cambiare, si spaccò. Da quel momento il dato politico della Sicilia poggia su un doppio elemento: la crescita continua delpartito dell’astensione e l’affermazione, voto dopo voto, dei Cinquestelle. Due fenomeni che sono figli però dello stesso elemento. I soldi della Regione sono finiti e questo ha tolto gli alimenti alle clientele. Crocetta, come tutti i politici di sinistra, ha cercato di rimediare allargando la spesa pubblica. Non a caso sotto la sua presidenza il debito della Regione è praticamente raddoppiato. Esattamente lo stesso comportamento dei governanti di Atene. Anche il lina -le di partita è lo stesso: l’affermazione dei populismi antisistema. In Grecia Tsipras, in Sicilia i grillini che a differenza di quanto accade altrove non hanno nessuna ricetta politica e nessuna soluzione da proporre. Vincono semplicemente per mancanza di avversari. Il centrodestra perché si è suicidato. Il Pd perché è sulla buona strada per raggiungere il medesimo traguardo. Se il Governatore ha le sue colpe, il Pd regionale evidenzia aspetti le cui negatività condivide con quello nazionale. Il Pd sbaglia tempi e modi, quello regionale annaspa diviso tra correnti le cui crepe sono tenute insieme dal collante Crocetta: contro di lui sono tutti uniti.

FacebookTwitterGoogle+
Scritto da Magazine Donna il 05/07/2015 7:12

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *