Il tfr di Renzi a rischio sequestro da parte dei pm

DAVIDE VECCHI – E arrivato dove previsto: nelle tasche del premier. Il tfrche Matteo Renzi ha intascato è stato salvato anche dai creditori dell’azienda di famiglia per cui il padre, Tiziano Renzi, è indagato a Genova per bancarotta fraudolenta. Gli inquirenti liguri hanno indicato quel tfr nell’elenco di beni ritenuti la parte sana dell’azienda di cui Tiziano avrebbe spogliato la Chil prima di affidarla a dei prestanome (Gianfranco e Mariano Massone) per portarla al fallimento ed evitare così di pagare i creditori. I debiti lasciati insoluti ammontano a 1,3 milioni. Secondo la procura Renzi senior invece di onorare i propri debiti ha trasferito beni e servizi a un’altra società, Eventi 6, intestata alla mamma del premier: Laura Bovoli. Salvando tutto. Compreso il tfr del figlio.

Per carità: all’epoca della cessione, avvenuta il 6 ottobre 2010, il trattamento di fine rapporto accantonato ammontava a 28,326 euro. Soldi però interamente versati dalle casse dello Stato, prima dalla Provincia e poi dal Comune di Firenze, grazie all’assunzione come dirigente avvenuta poche settimane prima di essere eletto.

LA VERA IMPRENDITRICE in famiglia sembra essere la madre del premier, Laura Bovoli. Se la Chil del padre è miseramente fallita nel 2013, la Eventi 6 della madre ha chiuso l’esercizio 2014 con ottimi risultati. Un utile netto aumentato di ben 63 volte e un fatturato cresciuto del 117% in appena un anno. Il primo è passato dai 689 euro dell’anno precedente a 43.326, il secondo ha segnato un balzo da 1,97 milioni ai 4,2 del 2014.
Nella Eventi 6 ci sono tutte le donne di casa Renzi. La madre del premier e le due sorelle, Benedetta e Matilde. Il 7 maggio 2015 è entrato un nuo – vo socio: Roberto Bargilli, amico di famiglia, ovviamente. Bargilli, detto Billy, è lo storico autista dei camper delle campagne elettorali di Renzi. Ed è stato consigliere comunale a Rignano insieme a Tiziano Renzi nel Ppi.

Con il padre del premier ha altro in comune: l’amicizia con i Massone, indagati a Genova insieme a Tiziano. Secondo la procura sarebbe stato lui il tramite L’iter, del resto, è identico. Ma Bargilli lo segue qualche mese prima di Renzi. Nel 2009 fonda la Delivery service con sede legale presso la Confcooperative (le cooperative bianche) di piazza San Lorenzo a Firenze. E l’anno dopo trasferisce le proprie quote a Gian Franco Massone e ad altri due soci. Chil Post e Delivery Service condividono inoltre lo stesso ramo di mercato: la distribuzione dei quotidiani. E a Genova si passano persino i lavori. E i lavoratori. Per lo più stranieri e in nero, come ha scoperto sempre la procura di Genova. Quasi per caso. Il 9 febbraio 2013 un ragazzo nigeriano di nome Omoigui salì su una gru del porto minacciando di lanciarsi nel vuoto se non gli avessero garantito il pagamento dei sei mesi arretrati di stipendi. Solo in un secondo momento si è scoperto che Omoi- gui lavorava alla Chil Post e poi alla Delivery, subentrata all’azienda di Renzi ormai fallita.

GLI INQUIRENTI hanno ricostruito che almeno quaranta persone sono state fatte lavorare senza poi essere pagate anche dalle aziende “eredi” della Chil, quindi la Delivery e altre. Neanche loro hanno finora visto un euro. Impossibile recuperare qualcosa: la parte sana dell’azienda, come detto, era stata ceduta alla Eventi 6. Contratti, beni mobili e immobili, fondi. Un totale di quasi 400 mila euro ceduto ad appena 3.800 euro. All’azienda della moglie.

La procura di Genova sta ancora cercando di ricostruire come e cosa sia stato effettivamente sottratto e se la bancarotta è stata realmente pilotata. Il nove giugno scorso il giudice per le indagini preliminari Roberta Bossi ha respinto la richiesta d’archiviazione per Tiziano Renzi e ha chiesto un supplemento di indagine
affidando a un commercialista una consulenza per ricostruire nel modo più approfondito possibile i bilanci della Chil, i legami con la Eventi 6 e lo storico dei rapporti tra le due aziende. Se i beni ceduti venissero ritenuti sottratti ai creditori, il giudice potrebbe anche chiederne il sequestro.

Forse al premier converrebbe restituire i 48 mila euro percepiti come tfr ai cittadini che li hanno versati, piuttosto che correre il rischio di vederseli sequestrati dalla magistratura.
Certo, è una questione di opportunità: lui non è indagato. La procura di Firenze infatti non ha ritenuto un reato l’essersi fatto assumere dal padre poco prima di venire eletto così da farsi pagare per dieci anni i contributi dallo Stato. All’ex ministro Josefa Idem, invece, lo stesso “sistema” è costato la richiesta di rinvio a giudizio per truffa aggravata avanzata dalla procura di Ravenna. E lei i contributi li aveva presi per otto mesi.

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Scritto da Magazine Donna il 31/07/2015 6:28

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