Ilva, fine della narrazione: Vendola (e altri 43) a giudizio

Sarà una Corte d’Assise a giudicare gli imputati del processo “ambiente svenduto” sul disastro ambientale e sanitario causato dall’Ilva agli operai e ai cittadini di Taranto. Proprietari della fabbrica, vertici aziendali, politici e funzionari del ministero, tutti rinviati a giudizio dal gup Vilma Gilli. Sono in totale 47: 44 persone fisiche e 3 società (Ilva spa, Riva Forni Elettrici e Riva Fire). Tra i 44 ci sono Fabio e Nicola Riva, rispettivamente ex vice presidente del Gruppo Riva ed ex presidente del cda Ilva, accusati insieme all’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, all’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Ar-chinà, all’avvocato del Gruppo Riva Franco Perli e ai fiduciari del cosiddetto “governo ombra” di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omissione di cautele sui luoghi di lavoro.

Alla sbarra è finito anche l’ex presidente della Puglia Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata per le presunte pressioni sul direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, affinché il nemico giurato dell’Il-va adottasse un atteggiamento più “morbido” nei confronti dello stabilimento siderurgico. “Sarei insincero se dicessi, come si usa fare in queste circostanze, che sono sereno – ha commentato con una nota l’ex governatore – Sento come insopportabile la ferita che mi viene inferta da un’accusa che cancella la verità storica dei fatti: quella verità è scritta in migliaia di atti, di documenti, di fatti”. Per Vendola è “non è una condanna”, ma “soltanto la porta di ingresso nel processo” che tuttavia pesa “perché ho rappresentato l’unica classe dirigente che ha provato a sfidare il gigante della siderurgia”. Un processo che Vendola ha affermato di affrontare “con la coscienza pulita”. Poi si concede un attacco: “Rappresento la politica che non è stata a libro paga dei Riva. E molti non possono dire la stessa cosa”. Per esempio Pier Luigi Ber-sa ni che ricevette dall’azienda 98 mila euro. E non è il solo.

Dalle accuse in dibattimento, che inizierà così il prossimo 20 ottobre, dovranno difendersi anche l’ex presidente della provincia Gianni Florido, accusato di aver fatto pressione sui dirigenti dell’ente per concedere un permesso per le discariche Ilva (poi autorizzate per decreto dal governo), il primo cittadino di Taranto, Ippazio Stefano, che secondo la procura è colpevole di omissioni in atti d’ufficio per non aver intrapreso le dovute misure a tutela dei cittadini nella consapevolezza delle emissioni nocive della fabbrica e delle sue conseguenze. Nei guai anche l’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, ex presidente Ilva nel 2012. E ancora Luigi Pelag-gi, ex capo della segreteria tecnica dell’ex ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, e Dario Ticali, ex presidente della commissione ministeriale che rilasciò l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) alla fabbrica: entrambi avrebbero violato il segreto imposto dai lavori della commissione, aggiornando i vertici Ilva fino ad arrivare a consegnare una bozza dell’Aia agli imputati per eliminare i punti non graditi all’azienda. Quell’autorizzazione, cioè, che alla fine per ammissione dello stesso avvocato dell’Ilva Perli avrebbe scritto la stessa Ilva. A giudizio sono stati rinviati anche due ex assessori regionali della giunta Vendola: Donato Pentas-suglia, accusato di favoreggiamento nei confronti di Archinà, l’uomo che voleva “distruggere Assennato”, e Nicola Fratoianni, accusato di favoreggiamento nei confronti del leader di Sel.

Fabio Riva, inoltre, dovrà difendersi anche dall’accusa di corruzione in atti giudiziari per aver versato, secondo i pubblici ministeri, una tangente di 10mila euro all’ex consulente della procura, Lorenzo Liberti, che avrebbe redatto una perizia meno severa sulle emissioni prodotte dallo stabilimento siderurgico.

Ma la Corte d’Assise dovrà stabilire anche la responsabilità della morte di due operai dell’Ilva: Claudio Mar-sella e Francesco Zaccaria. I due ragazzi morti, secondo l’accusa della procura, per il mancato ammodernamento della fabbrica che ha permesso ai Riva di intascare un vero e proprio tesoro di oltre 8 miliardi.

Nell’udienza di ieri, il gup Gilli ha definito anche le posizioni di cinque imputati che hanno scelto il rito abbreviato. In tre sono stati assolti: il maresciallo dei carabinieri Giovanni Bardaro, l’avvocato Donato Perrini e de ll’ex assessore all’A m-biente Lorenzo Nicastro, che dopo la lettura del dispositivo che lo ha scagionato dall’accusa di favoreggiamento a Vendola è scoppiato a piangere: “Questa sentenza – ha commentato Nicastro – mi restituisce la serenità con la quale riprendere la mia carriere di magistrato (tornerà in servizio come pm a Matera, ndr) e sono certo che questo processo renderà giustizia a Taranto: serve però la giustizia con ‘G’ maiuscola perché questa nobile città non ha bisogno della condanna degli innocenti”. Due invece le condanne emesse dal giudice: 10 mesi per il sacerdote don Marco Gerardo, accusato di favoreggiamento ad Archinà, e 3 anni e 4 mesi per Ro b e rt o Prime rano ex consulente della procura, accusato insieme di aver ammorbidito una perizia sulle emissioni della fabbrica.

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Scritto da Magazine Donna il 24/07/2015 5:38

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