Italiani di tutte le generazioni perduti online, è un fenomeno grave

Solo i secchioni e chi soffriva il pullman stava davanti, vicino ai professori. Gli altri si contendevano i sedili in fondo e passavano il viaggio a parlare rumorosamente, a cantare a squarciagola, a “fare casino”. Così tanto “casino” che a volta il povero autista, stremato, era costretto a richiamare all’ordine l’orda di studenti schiamazzanti. Erano così, le gite scolastiche dell’era pre-smartphone. «Oggi i ragazzini se ne stanno in religioso silenzio, cellulare alla mano, cuffie nelle orecchie. A volte non scendono nemmeno durante la sosta in autogrill, ma rimangono sul pullman a “smanettare”». Non potrebbe essere più efficace il quadretto dipinto da Maurizio Tucci di Sip, la società italiana di pediatria. Dalle sue parole emerge perfettamente il ritratto della cosiddetta look down generation, la generazione con gli occhi incollati allo schermo.

Ma parlare di generazione è fuorviale, visto che il fenomeno riguarda anche gli adulti. «Basta salire su un qualsiasi mezzo pubblico e guardarsi intorno: quanti non sono impegnati a mandare messaggi?», commenta ancora Io studioso. I dati lo confermano: secondo l’ultima indagine Audiweb sulla diffusione dell’online in Italia, l’85,5% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni accede a Internet; il 60,3% lo fa da smartphone, il 24,2% da tablet. Quanto alla frequenza, il Consumer barometer di Google svela che il 79% dei nostri connazionali naviga quotidianamente per motivi personali, mentre una ricerca di Wc are social calcola che il tempo passato in rete ogni giorno è in media di 4 ore e 28 minuti (2 ore e 30 sui social). E che dire dell’abitudine di guardare il cellulare appena svegli? Ce l’ha il 14% degli intervistati da Deloitte per la Global mobile consumer survey 2014. Il 35% ammette di consultarlo entro 5 minuti, il 55% entro un quarto d’ora.

Ma cos’abbiamo di così importante da fare in rete? Ci colleghiamo di continuo per cercare informazioni di qualsiasi genere, leggere le news, restare in contatto con gli amici tramite i social network (con netta prevalenza di Whatsapp e Faccbook), mandare e ricevere email, ascoltare musica, guardare video. «Internet è la più grande rivoluzione degli ultimi decenni e ci ha cambiato profondamente. Oggi viviamo in una società di percorsi accelerati, dove la conoscenza è subito a portata di mano: chi non è online rimane indietro, è tagliato fuori», spiega lo psichiatra Alfio Lucchini, direttore del dipartimento dipendenze Asl Milano 2. «In sé si tratta di un’evoluzione positiva, ma c’è il rischio di impoverimento relazionale». È d’accordo la dottoressa Valeria Randonc, psicoioga e sessuologa clinica, che rincara: «Gli “ipcr-connessi” sono connessi con il mondo, ma disconnessi dalla realtà circostante. Sempre più spesso le relazioni passano dalle chat, lapidarie e impersonali anche se arricchite da faccine e cuoricini. Si perdono gli sguardi, i rossori, la fisicità con tutte le sue sfumature: il linguaggio diventa sempre più povero e stringato, le emozioni sono tradotte in segni e simboli».

A farne le spese sono soprattutto i giovani. Secondo Io studio Osservatorio adolescenti di Doxa Kids e Telefono Azzurro, quasi il 90% dei ragazzi ha uno smartphone con accesso a Internet: il 60% non saprebbe farne a meno, e 1 su 5 si sveglia di notte per controllare le notifiche ricevute. «Fin da bambini si abituano alla tecnologia. All’inizio la usano sotto la supervisione dei genitori, a scopo ludico. Poi, dal momento in cui ricevono il primo cellulare personale (in genere tra la quinta elementare e la prima media), si liberano del controllo parentale ed entrano nel mondo dei social network, che ben presto diventa la loro priorità», sintetizza Maurizio Tucci. «Ma demonizzare il processo è un errore. Anche se il modo di comunicare dei giovanissimi è diverso da quello delle generazioni precedenti, non per questo è negativo. Una volta si passavano ore al telefono, oggi si mandano centinaia di messaggi. La sostanza non cambia».
Un avvicinamento precoce alla rete è persino auspicabile. «Ci sono fior di studi che provano che giocare ai vidcogiochi tra i 4 e i 10 anni favorisce le funzioni intellettive dei bambini, che si trovano a risolvere problemi di varia natura ben prima dell’età scolare. Così facendo sviluppano le capacità strategiche e mnemoniche e diventano più attivi dal punto di vista dell’apprendimento. Oltre ad “alfabetizzarsi” per tempo all’uso di uno strumento che sarà onnipresente nella loro vita», sostiene il professor Paolo Ferri, autore de I nuovi bambini – Come educare i figli all’uso della tecnologia, senza diffidenze e paure (Bur).

Internet è come il cioccolato, insomma. Fa bene se preso nelle giuste dosi. Ma provate a fare indigestione dell’uno come dell’altro… «Le iper-con- nessioni, lavorative, ludiche o amorose che siano, alla lunga generano uno stato di stress psico-fisico importante, con tanto di disturbi d’ansia, tremori, nervosismo, distrazione e scarsa capacità di concentrazione, fino ad arrivare alla vera c propria dipendenza», avverte la dottoressa Randone. Quando bisogna cominciare a preoccuparsi? «Il sintomo più evidente è che si trascurano altre attività, pur sapendo che questo potrebbe provocare danni», spiega il dottor Lucchini. Vorrà dire qualcosa se il 20% degli incidenti automobilistici è causato dall’uso improprio del cellulare. «Nei casi più seri, patologici, quando si cerca di smettere si hanno veri e propri sintomi da crisi d’astinenza fisica, come ansia, depressione e agitazione».

Meglio correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Come? «Educando se stessi e i propri figli a un uso consapevole degli strumenti che abbiamo a disposizione», consiglia Ferri. «Inutile lamentarsi che i ragazzi pubblicano di tutto su Facebook se i primi a postare contenuti inadeguati siamo noi adulti». Poi, imparando a staccare la spina. «Si potrebbe iniziare a non portare il cellulare in camera da letto, a spegnerlo per cena e magari anche la domenica. Esistono le passeggiate, le condivisioni reali, e tanti luoghi, fisici o simbolici, dove lo smartphone non è ben accetto», conclude Valeria Randone. Su la testa, allora. È tempo di ricominciare a guardare negli occhi il mondo che ci circonda.

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Scritto da Magazine Donna il 26/08/2015 9:31

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