La Cina travolge le Borse mondiali Milano perde il 6% crolla il petrolio

La tempesta cinese si è trasformata in un violento uragano mondiale, di quelli che i metereologi classificherebbero al livello 4, il penultimo prima del disastro totale. Per le piazze finanziare di tutto l’emisfero i danni sono stati enormi con valanghe di vendite, titoli sopraffatti e sospesi dalle contrattazioni, centinaia e centinaia di miliardi bruciati in una sola seduta. Da Shanghai a Tokyo, da Bombay a Sydney, dall’Europa fino alle Americhe, l’uragano ha attraversato continenti e oceani, lasciando dietro di sè un cumulo di macerie. Un lunedì nerissimo, come non accadeva dal settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers.

EFFETTO DOMINO La vittima principale è proprio la borsa di Shanghai che scivola sotto i 3.500 punti e chiude con un crollo dell’8,5%, la peggiore seduta dal febbraio 2007. L’effetto domino è immediato: Tokyo scende del 4,6% arrivando così a una perdita complessiva delle ultime cinque sedute pari al 10%, Hong Kong lascia sul terreno il 5,2%. Le vendite colpiscono i mercati di tutta l’area: Manila cede il 6%, Singapore il 4,3%. L’indice di riferimento della Regione, l’Asia Pacific Index, alla fine è giù del 5%, il peggior calo degli ultimi quattro anni.

Con queste premesse, quando in Europa partono le contrattazioni è subito panico, le aperture delle principali borse del Vecchio Continente sono tutte in profondo rosso, oltre il 3%, e si inizia a capire che la giornata andrà anche peggio. I cali continuano impietosi nonostante le sospensioni dei titoli più in fibrillazione, nelle prime ore della mattinata le perdite aumentano con una velocità inaspettata, le flessioni arrivano intorno al 6%. L’avvio di Wall Street in picchiata ha l’effetto di un incubo infinito, un pozzo di cui non si vede il fondo: il Dow Jones nell’arco dei primi minuti di contrattazioni abbatte quota 16.000 punti e inizia una discesa che lo porterà sotto di 1.089 punti (quanti ne aveva persi nell’intera settimana scorsa). Una cosa mai vista. Nemmeno nel settembre 2008, quando in una sola giornata lasciò sul terreno 777 punti. L’ondata di vendite non risparmia nessuno. A questo punto, in un vortice che sembra risucchiare tutto, i listini europei peggiorano ancora di più, Parigi arriva a perdere l’8% annullando tutti i guadagni del 2015, Milano il 7,2 con la metà dei titoli del Ftse Mib sospesi, Francoforte cede il 6,9%, Madrid il 6,2%, Londra il 5,4%, Atene sprofonda dell’11%. In chiusura i cali si ridimensionano, ma i tonfi restano dolorosissimi: Milano archivia la seduta con il Ftse Mib a -5,96%, Parigi a -5,35%, seguono Francoforte con -4,70 e Londra con -4,67. Atene retrocede del 10,54%. In una sola giornata l’Europa brucia 411 miliardi di euro (venerdì scorso ne aveva persi 260).

Perde anche Mosca: -4,9%. E non va meglio dall’altra parte dell’Oceano: dopo aver tentato un recupero, Wall Street chiude con un tonfo del Dow JoPechino – che nell’ultimo mese ha messo in campo un arsenale poderoso culminato con la svalutazione a sorpresa dello yuan – si è limitata a consentire ai fondi pensione di investire nei mercati azionari. Il rallentamento della seconda economia del mondo spaventa sempre più. Complica il quadro il calo delle commodities. Ieri il petrolio è scivolato sul mercato di New York del 5,51% a 38,24 dollari a barile, ai minimi dal febbraio 2009 (in un anno ha perso il 60%). Anche rame, nickel, alluminio toccano i minimi da sei anni a questa parte. È il segnale che l’offerta non riesce più ad essere assorbita nemmeno nei paesi emergenti che sembravano dei capienti serbatoi. Si teme, insomma, che la frenata dell’economia del Dragone sia peggiore delle stime. La Cina ha rapporti commerciali con tutti i paesi, per cui nessuno si sente immune da un contagio. Nè gli Stati Uniti, nè tantomeno la fragile Europa.

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Scritto da Magazine Donna il 25/08/2015 7:56

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