La droga uccide la figlia di Whitney Houston

Migliaia di varianti di «Ora sei tra le braccia della tua amata madre», e faccine (gli emoticon) di pianto e malinconia. Moltissime. Cosìi social soprattutto statunitensi commentano il finale del breve romanzo tragico intitolato «Le Houston». È morta domenica scorsa a 22 anni, dopo tre anni e mezzo dalla scomparsa della madre l’11 febbraio 2012, e il coma in cui versava dal 31 gennaio 2015, quando era stata ritrovata dal compagno Nick Gordon priva di sensi e drogata in vasca (esattamente come la madre), Bobbi Kristina Brown, figlia di Whitney e Bobby Brown. Se si scrive il suo nome in Google il suggerimento automatico propone la ricerca più diffusa. È «come sta»: anche noi italiani, in questi mesi, volevamo sapere.

Il suo profilo Twitter è fermo al 26 gennaio: «Little lady & your growing young man (Nick Gordon, ndr) hanno nostalgia di te, mamma. Così tanta». Allegata, una foto nella quale in Bobbi non riluceva più il capitale este – tico degno di regine eprincipes- se ereditato dalla mamma. La voce più potente che corde vocali femminili avessero mai ospitato (Oprah Winfrey la chiamava «The Voice») morì 49enne: annegò cadendo accidentalmente nella vasca da bagno per eccesso di droghe.

Cristina, cantante e attrice anche lei, aveva respirato fin da piccola il lato B della celebrità: Whitney e Bobby, prima del divorzio, le fumavano crack davanti. «Mamma e papà stanno facendo cose da adulti», le dicevano. Sulla sua recente perdita di peso, scrisse su Twitter: «Sono la figlia di mia madre. Mai sentito parlare di metabolismo veloce?». Invece anche lei era caduta nel crack (ci sono anche foto in cui lo fuma), nonostante sul profilo Twitter si descrivesse così: «Il fitness è vita. Chi (il Tai Chi, ndr). Positività. Ultima di una razza morente. Nessuna arma forgiata contro prospererà». È, quest’ultima, la citazione incompleta del verso «No weapon formed against me shall prosper» della canzone No weapon di Fred Hammond, che a sua volta cita la Bibbia, Isaia 54:17. Ma l’arma drogastica ha prosperato e vinto anche con lei. Talvolta il rapporto madre figlia è fatto di un cordone ombelicale inghigliottinabile.

Si cresce all’ombra di madri sofferenti e si diventa, responsabilizzandosi anzitempo, piccole mamme della propria mamma. Oppure specchi, cloni, prolungamenti, quasi che, in un autolesionismo appreso e poi autoimposto, non si abbia diritto di evitarsi ciò che ha già distrutto la propria genitrice. Non piangono per droga solo i ricchi, le star. Quell’universo senza voce e luci, che riempie Ser.T e CIM, comunità e ospedali e poi obitori e loculi, gronda di storie come queste, anche tra madri e figli maschi, padri e figlie femmine, fratelli e sorelle.

Comincia l’autodistruttività in uno e prosegue in un terribile effetto domino. Anche Whit- ney ci entrò così, come fosse stata lei stessa una tessera del gioco cinese. Il suo iniziatore al crack fu il marito B obby. Nessuno, probabilmente, comincia consapevole di ciò che sta inastando in sé. «Mi faccio, e tutto torna bello», diceva Claudio Santamaria nel film Paz, dedicato ad Andrea Pazienza. È come il fumo: se insieme alla prima sigaretta ci dessero le foto di come ci si può ridurre (cancro a bocca, gola, polmoni, poi cadaveri) scapperemmo facendo il gesto dell’ombrello: «Fumatelate!». Invece si inizia ignari o, peggio, credendo che noi guideremo la droga, e non lei la nostra vita fino a una bara o, se riusciremo ad evitare quella, a danni incalcolabili. Si inizia come ottimisti ottusi o ingenui deliranti onnipotenza («Gli al- trine muoiono, a me non accadrà»).

Poi si cade nelpozzo senza fondo che è la tossicodipendenza. C’è poco al mondo pesante come il crack, cocaina fumata che s’incolla alle cellule più che inalandola (modalità d’assunzione già non lieve, perché la cocaina è la droga a più lento oblìo neuronale-memoriale, smettere è durissima e ci si può ricadere dopo decenni). Noi comuni mortali guardiamo queste star chiedendoci com’è possibile avere l’amore di un pubblico – forse il più importante nella scala sentimentale perché non è ad amarci, ma milioni – avere anche denaro apalate e non diventare strenui difensori della propria fortuna, bensì i primi sabotatori. «Nessuno mi fa fare qualcosa che non voglio fare. È una mia decisione. Il mio più grande demone sono io», disse Whitney. Manifesto emblematico che purtroppo ha affascinato anche Bobbi Kristina. Aveva 22 anni.

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Scritto da Magazine Donna il 28/07/2015 5:36

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