La Merkel gelida matrigna, diventa la mamma di tutti i profughi

Se pensate che Angela Merkel abbia fatto un plissé nel vedere la sua foto sollevata in alto come una Madonna cui chiedere la grazia da migliaia di profughi siriani in marcia dalla stazione Keleti di Budapest verso il confine ungherese con la Germania, e poi ancora brandita con gratitudine all’arrivo a Monaco di Baviera, non conoscete la Cancelliera. O almeno, non la conoscete quanto Veronica De Romanis, economista italiana con un passato a Francoforte che alla fenomenologia di Frau Angela ha dedicato ben due libri. «Credo non si curi di quell’immagine sorridente», ci dice, «così come non si curò a ottobre 2012, quando come primo leader europeo si recò in una Atene blindata per discutere del secondo pacchetto di aiuti alla Grecia in crisi, di quella foto in cui i militanti antieuropeisti la ritraevano come una nazista, con baffetti da Hitler: perché alle critiche c abituata da quando ha cominciato a fare politica».

Da quando, allora aveva 35 anni, era per tutti «la ragazzina»: entrata nel partito maschile e un po’ maschilista di Helmut Kohl, lei protestante tra cattolici, lei arrivata dall’Est c dunque outsider della politica tedesca. Da lì è partita, Angela Merkel, cognome del suo primo marito, mantenuto anche dopo le seconde nozze con lo scienziato Joachim Saucr, scalando tutti i gradini dell’Unione cristiano democratica, due volte ministra nei governi Kohl, prima presidente donna della Cdu, dal 2005 Cancclliera. E ora, narrano le cronache, salvatrice d’Europa. «Io lo penso da tempi non sospetti», spiega la De Romanis, autrice nel 2013 de II caso Germania – Così la Merkel salva l’Europa, per Marsilio Editore, «perché credo che chiedere il rispetto delle regole come lei ha fatto con la Grecia, ponendosi in una posizione scomoda, diventando un po’ la matrigna d’Europa, solo rigore e numeri, sia in realtà il modo per tenere insieme l’Unione europea, oltre che un vero esercizio di leadership».

Ecco, oggi sta succedendo di nuovo: la Germania avanti, ad aprire la strada, tutti gli altri dietro. «In un momento in cui di fronte al dramma dei rifugiati l’Europa è completamente disorientata e inadeguata e va per tentativi, la Merkel cambia direzione e impone una strategia di lungo periodo, oltre a indicare una strategia umanitaria ncH’im- mediato». Non è questione di bontà o buonismo però, ne dell’onda d’emozione salita dalla battigia della spiaggia turca di Bodrum in cui il piccolo Aylan giaceva riverso, pur essendo la Cancel- liera persona profondamente sensibile, precisa la De Romanis. «Prima di tre fratelli, Angela a tre anni si trasferì con la famiglia da Amburgo a Tcmplin, piccolo paese dell’Est, dove il padre, un pastore protestante, aprì un seminario che di pomeriggio accoglieva bambini disabili e con difficoltà: è lì che ha conosciuto la sofferenza, la solidarietà e la tutela dei più deboli. Fermo restando che avendo vissuto per 35 anni dall’altra parte del Muro, sa bene che cosa significhi vivere in un regime totalitario e quanto conti la libertà: parola che resta una delle più utilizzate nei suoi discorsi».

Piuttosto, l’apertura delle frontiere a chi fugge dalle barrei bomb (i barili- bomba) di Bashar al Assad e dai taglia- gole di Is ha più a che fare con la ragion di Stato: con la consapevolezza che nel Paese che fa meno figli al mondo, dove la popolazione nel 2060 sarà scesa dagli attuali 81 milioni a 65-70 milioni, l’ingresso di «nuovi giovani» è indispensabile a rimpinguare le fila dei consumatori e dei lavoratori del futuro. «E qui entra in gioco il modo di far politica della Cancellicra, quello che io chiamo il metodo Merkel», dice l’economista, che nel 2009 diede alle stampe, ancora per Marsilio, Il metodo Merkel – Il pragmatismo alla guida dell’Europa. «Lei, a differenza della maggior parte dei politici con i quali siede attorno ai tavoli europei, ha una formazione da scienziata: un dottorato in fisica quantistica che la porta a ragionare con il metodo dei piccoli passi per ottenere risultati di lungo periodo.

Come si farebbe in un laboratorio, dove lei ha lavorato quando ancora c’era il Muro». Dunque, ecco la decisione di investire 6 miliardi di euro, certamente resa possibile dalle finanze pubbliche sane, dall’economia forte e da un tasso di disoccupazione del 4,7 per cento (contro il 12 per cento italiano), per creare 150 mila nuovi posti letto da destinare ai profughi che saranno accolti, per assumere poliziotti e dipendenti pubblici nel settore deH’immigrazione, per far crescere la spesa pubblica laddove sarà necessario, trasformando quella che oggi è una tragica emergenza dei flussi migratori in un’opportunità di maggiore crescita per il Paese. Un passo dopo l’altro, al momento giusto. «Non ha l’approccio dello strappo», precisa l’economista, «non è una Thatchcr alla quale spesso la paragonano, non batte i pugni sul tavolo: la Cancelliera ricerca il consenso, e lo ottiene». Qualcuno, così come era accaduto con la Grecia, l’ha accusata di aver agito con lentezza, eppure così come allora erano gli stessi greci a non voler essere aiutati all’inizio, anche questa volta la scelta del timing non è casuale. «In questo caso Merkel ha chiesto uno sforzo collettivo ottenendo il consenso di tutti, forze politiche e società civile, proprio dopo episodi come l’aggressione di una struttura per rifugiati in Sassonia da parte di estremisti di destra. Cosa che in Germania, dove il peso della storia si sente tutti i giorni e la Merkel ripete di continuo che bisogna farci i conti, non è tollerato».

E c’è ancora dell’altro, dietro quei sorrisi alla stazione di Monaco, quei cartelli di benvenuto, quei doni che le famiglie hanno voluto portare di persona: hanno la certezza, i tedeschi, che a casa loro la solidarietà è inscindibile dal rispetto delle regole e dalla responsabilità. E che sarà così anche questa volta. Così Frau Merkel, con lo stesso tono asettico con cui fece scoppiare in
lacrime la quattordicenne palestinese immigrata a Rostock, Germania del Nord, dicendole che l’Europa non può accogliere tutti i migranti, adesso non si fa remore di precisare che chi non avrà i requisiti per una protezione internazionale dovrà tornare a casa. Chi resterà, invece, dovrà imparare il tedesco, lavorare, rispettare le regole. A piccoli passi, ma inesorabilmente.

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Scritto da Magazine Donna il 14/09/2015 9:10

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