La richiesta di Atene: tre anni di aiuti e (forse) riforme

Caro presidente…”. La lettera del neo ministro delle Finanze ellenico, Euclid Tsaka-lotos, arriva prima di pranzo. Destinatario: il fondo salva Stati Esm. Come previsto, la Grecia chiede formalmente un piano triennale di aiuti al Meccanismo europeo di stabilità, il veicolo finanziario con una potenza di fuoco da 500 miliardi di euro (e 700 di capitale) creato nel 2012 dall’eurozona per sostenere i Paesi in difficoltà. Niente dettagli sulle cifre, ma si parla di 29 miliardi (anche se per il Fmi un piano triennale per Atene costa 70 miliardi). A Patto che rispettino “rigorose condizioni”, recita l’articolo 2 del suo statuto (citato nella lettera). Quali siano, lo si saprà soltanto oggi, quando Atene invierà un’altra lettera a Bruxelles con le riforme che si impegna a intraprendere all’interno del suo terzo programma di aiuti (dopo quelli del 2010 e del 2012). Cioè un nuovo “memorandum”, quello previsto dall’articolo 13 (anch’esso menzionato da T-sakalotos), e che viene affidato alla vigilanza della Troika.

Nel documento inviato ieri, Tsipras tende la mano all’Ue e promette di “implementare immediatamente (…) già a partire dalla prossima settimana” alcune delle misure chieste dai creditori nel corso dei negoziati su Fisco e pensioni. Probabile che venga alzata l’imposta sulle società dal 26% al 29, applicata la “tassa sul lusso” e che venga anticipato il graduale processo che alzerà l’età pensionabile.

TUTTO per ottenere subito un “finanziamento ponte” da 7 miliardi che permetta ad Atene di ripagare gli 1,5 miliardi di giugno al Fmi ed evitare il default sui 3,5 miliardi di obbligazioni detenute dalla Bce, in scadenza il 20 luglio (ce ne sono per altri 3,2 miliardi ad agosto). L’idea è quella di avviare subito alcune riforme, magari ottenendo anche in cambio i 3,6 miliardi che la Bce ha guadagnato sui titoli di Stato greci e che già a suo tempo l’ex ministro Yanis Varoufakis chiese di riavere indietro. Poi c’è la parte più invisa ai creditori: la riduzione del debito.

“La Grecia coglie l’opportunità di esplorare possibili misure da adottare in modo che il suo debito ufficiale sia sostenibile nel lungo periodo”. È il vero convitato di pietra dei negoziati. La Germania e i Paesi del nord si oppongono a qualsiasi ipotesi di ristrutturazione, ma è ormai chiaro a tutti che i 340 miliardi (175% del Pil) che gravano sulle spalle di Atene non potranno essere ripagati per intero. Tsipras può contare sull’appoggio del Fondo guidato da Christine Lagarde e degli Stati Uniti. Ieri il segretario al tesoro Usa Jack Lew lo ha detto: “Il debito della Grecia non è sostenibile e il Fmi ha ragione”.

Ricevuta la lettera, il presidente dell’Eurogruppo, Je-roen Dijsselbloem, che presiede il board dell’Esm, ha chiesto a Commissione e Bce di “fare una valutazione della stabilità finanziaria e, con il Fmi, della sostenibilità del debit o”. Unica concessione su questo punto, ma è chiaro che l’obiettivo di Atene, ottenuto un terzo piano di salvataggio, è quello di negoziarne un quarto sul debito, magari attraverso un taglio del suo valore nominale con l’al lu ng am en to delle scadenze (sulla scia di quanto fatto nel 2012). Una volta che il governo greco avrà messo nero su bianco le riforme che attuerà a breve, il testo verrà discusso all’Eurogrup-po di martedì e, in caso di esito positivo, al summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue di domenica arriverà la bollina-tura definitiva.

IL TEMPO stringe. Ieri la Bce ha deciso di lasciare congelata, a 89 miliardi, la liquidità di emergenza (Ela) fornita alle banche greche almeno fino a lunedì, quando l’esito dei negoziati sarà ormai chiaro. Un modo per forzare le parti in campo, soprattutto il governo greco (gli istituti di credito di Atene sono a secco e Francoforte gli ha chiesto più titoli in garanzia) a prendere una decisione. Il timing lo hanno fissato ieri i leader europei: “Atene ha 5 giorni di tempo per evitare il Grexit”. Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha rivelato che l’Ue sta studiando un piano di emergenza in caso di uscita della Grecia dall’eu r o che comprende anche aiuti umanitari. Ma la vera partita è interna alla Germania: Angela Merkel rischia una ribellione nella sua coalizione. “I greci hanno diritto di dire No, e ora anche noi”, ha sintetizzato ieri Hans Peter Friederich, della Csu, gli alleati della Cdu della Cancelliera (dove cresce il malumore). Anche Berlino vuole un suo referendum.

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Scritto da Magazine Donna il 09/07/2015 8:57

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