La «tensione continua» minacciata a sinistra Renzi: io non temo le urne

ROMA Ormai la minoranza «de-mocrat» si muove come un partito nel partito. Quasi a voler dar seguito alle parole che Pier Luigi Bersani ripete con sempre maggior frequenza: «Dobbiamo riprenderci il Pd». Operazione che alcuni leader di quell’area non ritengono impossibile, perché, come ha spiegato Gianni Cuperlo, «la leadership di Renzi è fragilissima».

L’obiettivo è quello di logorare il presidente del Consiglio, reo di «aver snaturato il partito, facendolo diventare una forza di centro».

E in nome di questa convinzione, ieri, una pattuglia di senatori della minoranza, per uno di quei paradossi di cui la politica italiana abbonda, ha finito per votare contro il proprio governo non solo con Forza Italia, Lega e Movimento 5 stelle, ma anche con i «verdi-niani», che avevano rappresentato uno dei motivi del contendere tra i bersaniani e il segretario.

Tutto ciò, dopo che in mattinata il tandem Roberto Spe-ranza-Gianni Cuperlo aveva sferrato un altro colpo al governo attaccandolo duramente sul rapporto Svimez che illustrava il sottosviluppo del Sud Italia. Erano stati proprio l’ex capogruppo della Camera e il competitor di Renzi alle primarie i primi a intervenire con un’interrogazione, battendo sul tempo Forza Italia. E sempre ieri la «prodian-civa-tiana» Sandra Zampa tornava sul «caso Azzollini», chiedendo un confronto nel partito sulla «questione morale».

Insomma, la minoranza ha deciso di andare avanti e di non fermarsi, contribuendo, insieme alle opposizioni, a togliere al premier la delega sul canone Rai, che Renzi aveva in mente di dimezzare. Ma non finirà qui. I bersaniani potrebbero siglare una tregua temporanea soltanto di fronte alle modifiche da loro richieste all’articolo due della riforma costituzionale. Altrimenti sarà «guerriglia continua in Senato», avvertono. Il presidente del Consiglio aveva chiesto alla minoranza di non «far diventare terreno di scontro quel ddl» e di «non pensare al Pd solo come a un partito che si divide in correnti». Ma, come si è visto, l’appello di Renzi è stato respinto. E l’operazione «logoramento» prosegue.Eppure il premier tende a non ingigantire la vicenda di ieri: «Mancava metà Ncd, che aveva una Direzione, metà dei senatori delle Autonomie, cinque dei nostri e i verdiniani non ci hanno appoggiato, anzi, alcuni hanno votato contro. Non mi pare un dramma. Del resto, siamo andati sotto su moltissime altre volte, quando sono stati presentati emendamenti. Loro hanno già agito in questo modo su tutti i provvedimenti, non è una novità e non è nulla di grave. In fondo, si tratta solo di un emendamento». Poi, con i fedelissimi, gli scappa una battuta: «Vedo che alla legge Gasparri sono affezionati anche quelli della minoranza».

Il premier, però, evita la polemica diretta. Affida il compito ai suoi, seguendo due schemi. Agli esponenti più istituzionali, come Lorenzo Guerini e Giorgio Tonini, spetta ridimensionare la vicenda. Gli altri, invece, si scatenano su Twitter e sulle agenzie. Finché, come sempre in questi casi, quando la tensione nel Pd monta, ecco arrivare, preciso come un orologio svizzero, Roberto Giachetti, che chiede il voto anticipato: meglio le urne che andare avanti così.Vie-ne quindi di nuovo evocato lo spettro dello scioglimento della legislatura e delle elezioni. Magari in primavera, in abbinata con le amministrative. In qualche modo lo ha fatto anche Maria Elena Boschi, nell’intervista a Sette.

D’altra parte, lo stesso premier, ogni tanto, confida: «Io non ho paura del voto perché sono sicuro che nelle urne non avrei problemi e batterei sia Salvini che Grillo, ma ho senso di responsabilità…». Perciò, si va avanti. Preparandosi alla trattativa con la minoranza sulla riforma costituzionale, con queste parole d’ordine: «Nessun tabù rispetto a modifiche da apportare al ddl, ma sia chiaro che non possiamo ricominciare sempre tutto daccapo, che io sono determinato a mandare in porto la legge e che comunque le riforme si fanno con chi ci sta».

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Scritto da Magazine Donna il 31/07/2015 5:29

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