La vera storia del funerale dei Casamonica

La famiglia Casamonica è in lutto. Pei’ questo non può farsi fotografare, e per questo ci allontana in malo modo quando ci presentiamo al portone della casa di Zio Vittorio, in una stradina senza uscita alla periferia Sud-est di Roma, lembo di campagna tra via Anagnina e via Tuscolana. «Stale disonorando il nostro Re» urlano, mentre Antonio, uno dei figli di Vittorio, si rintana in casa. Non può avere contatti che con familiari, è ai domiciliari e ha potuto lasciarli solo per il funerale di suo padre, quello dello scandalo. Caterina, sua sorella, in nero, ha lacrime e disprezzo negli occhi: «Mia madre è distrutta, neanche davanti alla tomba di papà vi siete fermati. L’avete fotografata e sbattuta sul giornale chiamando papà “boss”, dicendo che era il re della droga. Andate via!».

In pochi secondi, voci e invettive di una quindicina di persone ci allontanano. Impossibile parlare, distinguere e spiegare che è proprio di Vittorio che vogliamo chiedere. Allora lo scriviamo su un biglietto, ci avviciniamo di nuovo al cancello e inviliamo a leggerlo con calma. Poco dopo siamo nella casa accanto con una mezza dozzina di nipoti e ci rimarremo per oltre due ore. «Scusateci per prima, per noi i giornalisti sono tutti uguali, proprio come per voi i Casamonica», ci dirà Caterina dopo che i nostri due reciproci pregiudizi si saranno seduti attorno a un tavolo e confrontali. Quello che segue è il racconto di quel confronto chiassoso, aperto, che lascia senza risposta tanti interrogativi, ma che ha almeno il pregio di fornire una cornice in cui inserirli.

I FUNERALI? SEMPRE COSÌ Dopo qualche minuto di un vociare confuso, Tony Casamonica, figlio di un fratello di Vittorio e detto “il Magnifico” per via di uno stupefacente guardaroba, prende in mano la chiacchierata. Comincia dal funerale: «Hanno scritto che era da 100 mila euro, ma ne abbiamo spesi 6 mila tra fiori e servizio funebre, e 3 mila per cavalli e carro fatti arrivare da Napoli». Il lancio dei pelali è stata l’idea di un nipote, un altro ha compralo l’abito per la tumulazione, un altro ancora gli ha messo nella bara un Cd di Elvis Presley. «Abbiamo pagato lutto con una colletta, come sempre». Poi tirano fuori due album di fotografie: sono quelle dei funerali di Vixginia Spada e Guerino Casamonica, i genitori di Vittorio. «Guarda: quando nel 1967 è morto il padre di Vittorio c’era un carro per ogni corona di fiori, in corteo dalla Tuscolana al Verano, dove c’è la tomba di famiglia». Nelle foto c’è pure Vittorio tra i cinque figli che portano la bara. «E nel 1977, quando è morta Virginia, la Regina degli zingari, il funerale lo abbiamo fatto alla chiesa di Don Roseo, con la stessa carrozza usata per Vittorio. Eravamo mafiosi anche nel 1967 e nel 1977? Era una sfida allo Slato anche quella? Don Bosco è la nostra chiesa, facciamo tutto là».

Tra le accuse, anche quella di aver ostentato ricchezza e potere: «Hanno scritto che abbiamo fatto il funerale come quello di Lucky Luciano. Ma lui aveva la bara d’oro, zio Vittorio no. Hanno dello che il carro aveva i cerchioni d’oro. Ma se erano d’oro me li staccavo e me li portavo a casa, no?». E la banda che suonava la colonna sonora del Padrino? «Era la sua preferita, insieme a My Way! Anche a Ferragosto, in punto di morte, aveva voluto ascoltarla. Facciamo sempre così: quando quattro anni fa è morto Nicandro, fratello di Vittorio, al funerale, identico a questo, la banda ha suonato Louis Armstrong, il suo musicista preferito». «Zio Vittorio amava la musica. Little Tony le prime Lamborghini e le prime Ferrari le ha comprate da lui, ho anche una giacca che mi ha regalato. Bobby Solo era amico di Zio, gli piaceva perché aveva la voce di Elvis e veniva sempre a cantare alle nostre feste», ricorda un nipote, prima che Guerino, 25 anni, altro nipote, intervenga: «Prima di darci dei mafiosi, di dire che quel funerale era una prova di forza, perché non vi siete informati sulle nostre tradizioni? Dicono che abbiamo sfregiato Roma, per dei pelali di rosa e per 20 minuti di traffico bloccato ad agosto». In una piazza dove, peraltro, solo dieci giorni prima, al funerale di Giuseppe “Peppone” De Vivo, storico ultrà della Roma, c’erano migliaia di persone e autobus provenienti da tutta Italia.

Guerino, Tony e gli altri ci tengono a precisare un passaggio che ha suscitalo polemiche feroci: «Non abbiamo chiamato noi le tv e non è vero che i vigili hanno scortato il corteo. Noi i vigili li abbiamo trovati davanti alla chiesa che regolavano il traffico per far passare il corteo, come fanno con tutti i funerali. Non so a chi fa comodo dire che erano d’accordo con noi. Se volevamo davvero fare una sfida allo Stalo, staremmo qui a dirti che abbiamo dato mazzette ai vigili per farci scortare il funerale, no? Ma noi i morti non li strumentalizziamo».

SOLTANTO PESCE Nel rispetto del defunto rientra anche il lutto, che i familiari stretti osserveranno per un anno. Stesse prescrizioni per uomini e donne: «Mangeremo solo pesce, niente carne e derivati (uova, latte, formaggi). Non guarderemo la tv, non entreremo nei bar e non ascolteremo musica. Non ci faremo la barba, le donne non si depileranno». Per dieci giorni, in quella che fu la casa di Zio Vittorio non si potrà cucinare. Si chiama corno, sta per “consolo”: a ogni pasto, un parente porterà a chi piange il morto il cibo colto altrove. Vittorio era l’ultimo dei 16 figli di Virginia Spada e Guerino Casamonica. Il più piccolo, coccolato da lutti, cresciuto nella bambagia: «Il primo solitario al dito, il primo Rolex li abbiamo visti addosso a lui quando ancora andavamo in giro coi carretti. Lui ci ha fatto conoscere la bella vita, i divertimenti, la musica, le donne…», dice Tony.

In questo salto dal carretto alle Lamborghini, affondano le radici dello status di cui godeva Vittorio? «Era il nostro Re perché era una guida, un punto di riferimento. Da lui si andava a chiedere consigli, o pareri se si era in lite con qualcuno. Era buono, giusto. Per questo gli volevano bene tutti e per questo nessuno prenderà il suo posto, in famiglia. Lo chiamavano tutti “Zio”, anche chi ei’a più anziano di lui, per rispetto». Era o non era un boss? Guerino, 25 anni: «Guardate la sua fedina penale e ditemi se trovate qualcosa per cui chiamarlo boss. Vendeva macchine e odiava la droga. Se volevamo fumarci una sigaretta, noi ragazzi, a momenti dovevamo arrivare alla stazione Termini, per non farci vedere da lui e non farlo arrabbiare». E Tony: «Fate uno storico su di noi, vediamo se trovate un Casamonica che ha mai ucciso, stuprato, chiesto il pizzo. Nei negozi al massimo chiedo lo sconto».

NIENTE VITA DA ZINGARO «Ci chiamiamo Casamonica ma non siamo tutti uguali. Siamo tanti, e come in tutte le famiglie c’è il buono e c’è il cattivo, questo non vi autorizza a insultare un morto. Vuoi sapere chi era Vittorio? Uno che a noi ragazzi diceva sempre che «la vita da zingaro è finita», che dovevamo essere regolari, studiare, inserirci e aprire un’attività. Di stare alla larga da “quei” Casamonica. Però appena nasciamo siamo condannati da questo cognome», continua Guerino. Ha mai pensato di cambiarlo? «Sì, ma non lo farei mai per rispetto alla mia famiglia. È il cognome di mio padre, di mio nonno, perché non posso portarlo?». Tony, che di anni ne ha 58: «Quando avevo 14 anni ho fatto la fujtina, noi usiamo così. E ho avuto subito un figlio. Cercavo lavoro ma nessuno me lo flava, con questo cognome. E allora mi sono dovuto inventare qualcosa: andavo per ferro, per cartone, li rivendevo. Poi ho cominciato con le truffetle, mica lo nego. Ma quando hai figli e non hai un lavoro che devi fare? Ho fatto la galera, ma mi sono riabilitato. Sono rimasto vedovo, mi sono risposato con una ragazza cubana (il cui ritrailo a colori cori la scritta “Maria” occupa lutto il suo avambraccio destro, ndr), e adesso me ne andrò a Cuba anche io, in questo Paese non ci voglio rimanere, inchiodato al mio cognome.

Vado lì, mi apro un bed&breakfast e vi saluto lutti». «Se fossimo davvero un clan mafioso, voi in casa mica ci sareste entrati», ci gela Guerino.«Se fossimo mafiosi quanto ci avremmo messo ad andare a prendere la gente che ha mancato di rispetto a zio Vittorio? La mafia vera li avrebbe già messi nel cemento», gli fa eco suo zio. «Se ero mafiosa secondo te stavo da 11 mesi al Bambin Gesù ad aspettare un trapianto di cuore per mia figlia?», dice Concetta, 26 anni e nessuna rassegnazione nello sguardo. Nessuno prova a spacciarsi per quello che non è. Chi ha la fedina penale sporca lo dice e lo spiega: Come Tony: «L’ultima volta, quando ho fatto 21 giorni per la vendita di un anellino, al magistrato che mi interrogava gliePho detto: “Dottore, ma lei sta facendo il processo a me o al mio cognome? Perché se sta processando il mio cognome mi metta dentro e la finiamo qui, tanto ha già deciso». Poi fa l’esempio di Luciano, il Casamonica che compare nella famosa foto della cena con Gianni Alemanno e il ministro Poletti: «Hanno detto che era dentro Mafia Capitale. Lo sai che fa Luciano, da 20 anni? Il buttafuori a stipendio al Palacavicchi (capannone perfeste a Ciampino, ndr): torna a casa piegato in due tutte le notti. Una vita da mafioso…».

Guerino: «Ho due figli. Perché dovrei farli studiare? Tanto nessuno gli darà mai un lavoro». Mentre lo dice, nel gruppo inizia un elenco di talenti di famiglia le cui ali sarebbero tarpate dal cognome. Vittorio, che si chiama come suo nonno ed è figlio di Antonio, vende macchine ma ha da sempre la passione per il canto: «Ho fatto le selezioni di Amici, ho cantalo con Anastacia e i Cugini di Campagna, scrivo canzoni con loro. Ma mi chiamo Casamonica e alla fine mi scartano sempre», racconta, mostrando i suoi cd.

ORA PARLA L’AVVOCATO Per difendere il proprio onore nella tempesta mediatica che li ha travolti, i Casamonica hanno fatto una colletta e nominato un avvocato, Mario Giraldi, con l’incarico di portare in tribunale chi ha dato del boss al “Re”. «La fedina penale di Vittorio Casamonica non riporta reati riconducibili non dico all’associazione mafiosa, ma neanche all’associazione a delinquere», ci dice al telefono Giraldi. «Ha commesso reali contro il patrimonio, truffe, assegni a vuoto. E uno dei tanti dei Casamonica, la maggior parte, a non aver avuto a che fare con fatti di violenza. Certo, in famiglia le nuove generazioni hanno deviato verso altri tipi di criminalità. Ma sono colpe che non possono ricadere sull’intera famiglia, tanto meno sul patriarca che tutti, in questi giorni, additano come boss», precisa.

LA POLITICA E I VOTI Un altro nipote, vicino ai 60 anni, attacca la politica: «I politici ora fanno gli scandalizzati, Salvini dice che con noi non ci par la perché siamo pregiudicati. E allora perché vengono a cercare di comprare i voli qui? Noi non votiamo e non abbiamo niente a che fare con loro, perché da loro non abbiamo mai avuto niente. Nessuno è mai venuto qua a chiedere per quale motivo siamo costretti a fare i reati». Interviene Tony: «Non vogliamo dire che siamo stinchi di santo, le cose sbagliate le abbiamo fatte anche noi, ma non siamo mafiosi. Se un Casamonica sbaglia è giusto che paghi e mi aspetto che i giudici lo prendano e lo puniscano. Ma è giusto anche che tutti impariate a distinguerci da loro». «Ci chiamano nomadi, ma siamo qui da sette generazioni, io sono italiano, quando sento l’inno mi emoziono», dice Vittorio. «Noi abbiamo fatto il militare», aggiunge suo zio, «e se domani l’Italia entra in guerra siamo pronti a partire perché l’Italia è il nostro Paese. Noi paghiamo le tasse qui».

LE SCUSE INCROCIATE «Se abbiamo offeso qualcuno, quello è il Papa e chiediamo scusa per quel manifesto. Chiediamo scusa ai vigili, perché li hanno incolpati di cose che non hanno fatto, solo perché hanno fermato il traffico in segno di rispetto per un corteo funebre. Chiediamo scusa per l’elicottero, ma pensavamo di aver incaricato un professionista che avrebbe rispettato le regole. Ma per tutto il resto, le scuse ce le dovete fare voi. Infine, vi auguro Irene per quanto male ci state augurando».
Ce ne andiamo con in mano le fotografie dei funerali di Virginia e Guerino che vedete in queste pagine, promettendo di riportarle dopo averle copiate. «Sono un bene di famiglia, ci stiamo fidando di voi perché voi avete accettato di ascoltarci». Usciamo e alla ricerca di un’immagine che restituisca l’impressione di questo incontro non ci viene in mente nulla di più calzante delle case in cui queste famiglie vivono. Sono in posti periferici, brutti. Spesso hanno facciate degradate. Via a volte basta varcarne la soglia per scoprire che, gusto più o meno kitsch a parte, nascondono un ordine che mai avresti immaginato, prima di entrarle.

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Scritto da Magazine Donna il 26/08/2015 12:46

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