L’affondo di Grillo sul «salva Azzollini»

ROMA Un voto che ha spaccato il Pd, ma che ha sicuramente disorientato anche gli elettori democratici. Il salvataggio dell’esponente dell’Ncd Gaetano Azzollini, di cui il gip di Trani aveva chiesto l’arresto, lascia non pochi strascichi polemici. Perché la libertà di coscienza, ufficialmente sostenuta dal capogruppo al Senato Luigi Zanda, è stata clamorosamente sconfessata dal vicesegretario del Pd Debora Serracchiani. A sua volta, contraddetta dall’altro vicesegretario Lorenzo Guerini, che difende la scelta di votare no. C’è chi pensa a un gioco delle parti, orchestrato per lenire il disagio di chi considera il salvataggio di Azzollini un cedimento alla ragion di governo e all’accordo con il Nuovo centrodestra. Guerini nega: «Non facciamo mai gioco delle parti, ognuno esprime le opinioni che ritiene giusto esprimere».

Contro il no all’arresto si schiera Pippo Civati, ormai ex: «La Serracchiani ha ragione quando dice che il Pd dovrebbe chiedere scusa». Difende invece la scelta di votare contro l’arresto Giorgio Tonini, vicepresidente del gruppo pd al Senato: «Sapevo che sarebbe stata una decisione difficile da spiegare a una parte dei nostri elettori, sapevo che mi sarei preso la mia dose di insulti sulla rete, ma ho assunto questa decisione con la coscienza tranquilla, perché penso (e ci ho pensato a lungo) di aver fatto la cosa giusta». Scartate due ragioni opposte di voto — realismo politico, per salvare accordo con Ncd, e cedimento all’obiettivo di un facile consenso — Tonini spiega che «c’erano molti e solidi indizi di fumus persecutionis». Secondo Tonini, «la richiesta di arresto era motivata in modo debole e discutibile ed era sostenuta da argomentazioni pericolose dal punto di vista democratico, in quanto segnavano una netta invasione di campo da parte della magistratura ai danni del parlamento, mettendo in discussione il principio della divisione dei poteri».

Non la pensa così Beppe Grillo, che accusa Zanda di «una memorabile arrampicata sugli specchi». E riferendosi alla note frase attribuita ad Azzollini, dice: «Così il Pd pis… sui cittadini». E molti parlamentari a 5 Stelle sottolineano il ruolo svolto alla Commissione Bilancio: «È rimasto il vero dominus». Ma prova a cogliere al balzo l’occasione dell’imbarazzo del Pd, anche Renato Brunetta, capogruppo di FI alla Camera: «Ieri è stata una giornata importante, da ricordare negli annali della storia. È morto il Pd di Renzi. È morto sulla questione morale, sull’uso opportunistico del voto al Senato sulla carcerazione di un senatore, sulla ambiguità, è morto sull’azzardo morale di Renzi e compagni». Per Brunetta, l’«ol-tranzismo giustizialista del Pd evidentemente era solo di facciata. In realtà è opportunismo. Usare il concetto del voto di coscienza quando in Commissione il Pd aveva votato per l’arresto di Azzollini, e poi cambiare idea semplicemente perché ricattati sulla maggioranza di governo da Alfano e compagni, questo la dice lunga sulla immoralità del Pd. Che sulla immoralità muore».

Che lo «strappo» nel Pd abbia lasciato un segno lo dimostra anche la richiesta di chiarimento interno che arriva da molti esponenti della minoranza, a cominciare da Sandra Zampa che chiede «un confronto» nel partito visto che quel voto è «il risultato di una stagione politica confusa e ambigua». «Non conosco le carte — dice Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia — ma credo che avrei votato per l’arresto». Sulla genuinità delle scuse della Ser-racchiani il leghista Massimiliano Fedriga avanza dubbi perché «da vicesegretario Pd avrebbe potuto impedirlo e invece non ha fatto niente». Quella di ieri, taglia corto, Ignazio Messina dell’Idv «è stata una pagina nera per la politica italiana».

 

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Scritto da Magazine Donna il 31/07/2015 5:44

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