Letta dice addio: in Aula niente Renzi ma tanto Adinolfi

Il lungo addio di Enrico Letta al Parlamento arriva e finisce nell’aula della Camera. Con un assente di peso, e una cappa che avvolge tutti, quella delle parole dette ma non spiegate. L’assente è il “congiurato dei congiurati”, Matteo Renzi, che non rende neppure l’onore delle armi al l’ex presidente del Consiglio, spodestato nel febbraio 2014. La cappa è quella delle intercettazioni di appena un mese prima (gennaio 2014), pubblicate dal Fatto, in cui il futuro presidente del Consiglio Renzi raccontava al comandante interregionale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi come avrebbe sloggiato Letta: “Chiudiamo l’accordo sul governo, facciamo un rimpastone”. Tutto per mandare a casa l’ex vicesegretario dem, così dipinto dal rot-tamatore: “Non è capace, non è cattivo, non è proprio capace”. Alle 19 del 23 luglio 2015, la presidente della Camera Laura Boldrini legge all’aula la lettera di dimissioni del deputato Letta, già annunciate il 19 aprile durante la trasmissione Che  tempo che fa. L’ex presidente del Consiglio tormenta un tablet, mentre la Boldrini declama la missiva: “Continuerò a battermi per una politica mi-gl io re”. I banchi del governo sono un deserto. Ma gli applausi arrivano da tutti i gruppi, con l’eccezione dei 5Stelle (batte le mani solo il veneto Federico D’Incà). Letta ringrazia, poi si avvicina al microfono. La voce traballa per l’emozione, quando inizia: “Dimettermi dal Parlamento non vuol dire dimettermi dalla politica”.

RIVENDICA il primo contatto con la politica: “Era l’aprile del 1978, i miei genitori da Pisa mi portarono a Roma in via Fani (dove venne rapito Aldo Moro, ndr)”. Ricorda che andrà a dirigere la scuola di affari internazionali di Sciences Po a Parigi. E piazza frecciate: “Le mie dimissioni sono un rilancio per una politica diversa nella quale il noi prevalga sull’io, una politica pulita nella quale chi entra nelle istituzioni le intenda non come strumento per aspirazioni individuali ma come servizio alla società”. E pare un chiaro riferimento alle intercettazioni renziane, che già aveva bollato così: “Che squallore”. Poi, un’altra bordata: “ Rilancio altrove, in momenti in cui vince il superficiale e il tutto e subito”. Finito. Standing ovation dai banchi del Pd e da deputati sparsi. Fermi e ghignanti i 5Stelle. Cominciano le dichiarazioni di voto, e parte la processione di deputati per salutare Letta. Pier Luigi Bersani si avvicina da solo. Si sforza di non piangere, mentre abbraccia l’ex premier. Prende la parola il forzista Renato Brunetta. Esprime “affetto e stima a  Enrico”. Poi attacca: “Dov’è Renzi? La sua presenza era un atto dovuto”. Annuncia il voto contrario di Fi alle dimissioni: “Sono un atto per gettare luce sul buio del colpo di palazzo ai danni di Letta”. Tocca al 5Stel-le Alessandro Di Battista: “Prima lo pugnalano, poi gli fanno la festa, è la repubblica dell’ipocrisia”.

AZZANNA : “Letta, il suo essere democristiano le impedisce di dirci la verità su ciò che le hanno fatto”. Rammenta le intercettazioni, e pone cinque domande al dimissionario: “Renzi ha tramato o meno utilizzando minacce o ricatti per prendere il suo posto?”. E poi: “Qualcuno ha fatto pressioni su Napolitano affinché staccasse la spina al governo Letta? Le pressioni che crediamo abbia ricevuto avevano a che fare con suo figlio Giulio?”. Il riferimento è all’intercettazione in cui Adinolfi diceva al futuro sindaco di Firenze, Dario Nardella: “Sanno qualcosa di Giulio, Napolitano ce l’hanno per le palle”. Boldrini irrompe: “Di Battista, non può sindacare su questo”. Il 5Stelle svincola, cita ancora Napolitano junior. Chiude il capogruppo dem Ettore Rosato: “Ci fa piacere che Enrico continui con la politica”. Si vota, a scrutinio segreto. La Camera approva le dimissioni con 287 sì. Al posto di Letta subentrerà Beatrice Brignone, civatiana. Il governo perde un voto e un ex premier.

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Scritto da Magazine Donna il 24/07/2015 5:42

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