L’intercettazione “fantasma” L’Espresso inguaia Crocetta

Piange, Rosario Crocetta. Perché quella frase è una bomba che può terremotare la sua intera vita politica: “La Borsellino va fermata, fatta fuori. Come suo padre”. La dice al telefono il suo medico di fiducia, Matteo Tutino. Un uomo che ha con il governatore della Sicilia un rapporto di legame assoluto, tanto che la Borsellino in questione -Lucia, figlia di Paolo – due settimane fa si è dimessa da assessore perché non poteva tollerare che il chirurgo di fiducia del presidente fosse stato arrestato proprio per una truffa ai danni del sistema sanitario regionale che lei amministrava. Tutino la dice al telefono, quella frase. E, secondo la ricostruzione pubblicata dal settimanale l’Espresso, Crocetta tace. Non fiata, l’eroe dell’antimafia. Non dice una parola, colui che, sulla lotta ai criminali che Borsellino l’hanno ucciso, ha costruito un’inte ra carriera. E adesso si dispera: “Non l’ho sentita quella frase, forse una zona d’ombra, forse è caduta la linea… sono sconvolto”.

SE LA STORIA finisse qui, le lacrime di Crocetta, non avrebbero di che stupire. Ma su quell’intercettazione che ieri – alla vigilia del 23esimo anniversario della strage di via d’Amelio – ha monopolizzato il dibattito politico, c’è un giallo che non sarà facile da dipanare. Ecco quello che è successo. In tarda mattinata, l’Espresso diffonde alcune anticipazioni dello scoop che sarà in edicola questa mattina. C’è la frase di Tutino, dicevamo, e lo sconvolgente silenzio di Crocetta. Il telefono di Lucia Borsellino, che in quel momento si trova a Pantelleria, comincia a squillare: dall’altra parte c’è il coro delle più alte cariche dello Stato che vuole esprimerle solidarietà per quelle parole indegne. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il premier Matteo Renzi, i presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso. Lei fa trapelare solo un paio di parole: “Provo vergogna per loro”.

Passano pochi minuti quando, all’ingresso dell’ascensore che conduce al secondo piano del palazzo di Giustizia di Palermo, il procuratore aggiunto Dino Petralia abbozza per la prima volta la contro-bomba: “Non sono io il titolare dell’inchiesta – dice ai cronisti che lo interpellano – ma da quello che si dice tra i miei colleghi di questa conversazione non c’è traccia”. Quella che all’inizio sembra una difesa d’uf fi ci o, prende corpo all’ora di pranzo. Il coordinatore del fascicolo su Matteo Tutino, il procuratore aggiunto Leonardo Agueci annuncia: “Abbiamo incaricato i Nas di controllare ogni registrazione, ogni brogliaccio, ogni trascrizione e posso dire che a tutt’ora (sono le 13.30, ndr) non è saltato fuori nulla. Per questo posso dire che allo stato una conversazione di quel tenore tra il presidente Crocetta e il medico Matteo Tutino non risulta agli atti”.

MENTRE A PALERMO spulciano ogni foglio dell’inchiesta, a Roma è partito l’assalto a Crocetta. “Dimissioni subito”, chiede per primo Davide Faraone, sottosegretario a Palazzo Chigi e plenipotenziario di Matteo Renzi in Sicilia. La sua avversione al governatore regionale, per la verità, era pubblica da mesi, visto che da tempo, Faraone (che pure è indagato per le “spese pazze” in Regione) sostiene che Crocetta parli “come Lima e Ciancimino”.

Ma al di là delle partite personali del sottosegretario e di quelli che, come lui, non aspettavano altro per buttarlo giù, il coro contro Crocetta è unanime: “Schifo”, “ribrezzo”, “disgusto”, “ributto”. Dal Pd ai Cinque Stelle alla destra: amici e nemici lo pressano, Crocetta sceglie una strada piuttosto impervia: “autosospensione” dall’incarico, seppure sia un istituto non previsto dallo Statuto della Regione Sicilia. Dev’essere che anche a lui ha insospettito il fervore con cui la procura di Palermo si è attivata nella ricerca dell’intercettazione. Il Nas dei Carabinieri e i magistrati titolari del fascicolo sono convocati nel pomeriggio nell’ufficio del procuratore Francesco Lo Voi, per scrivere le conclusioni a cui sono giunti dopo otto ore di ricognizione. Alle 17 arriva il comunicato ufficiale: “Agli atti dell’ufficio -scrive Lo Voi – non risulta trascritta alcuna telefonata del tenore di quella pubblicata dalla stampa tra il governatore Crocetta e il dottor Matteo Tutino” e aggiunge che “i carabinieri del Nas hanno escluso che conversazioni simili siano contenute tra quelle registrate nel corso delle operazioni di intercettazione nei confronti di Tutino”. L’Espresso lascia passare 90 minuti prima di replicare. Poi diffonde una nota in cui conferma: “La conversazione intercettata risale al 2013 e fa parte dei fascicoli secretati di uno dei tre filoni di indagine in corso sull’ospedale Villa Sofia di Palermo”. È un altro filone rispetto a quello “controllato” dagli uomini di Lo Voi? È un documento che non è ancora arrivato in Procura? L’Espresso precisa solo che è “secretato”.

IL TENORE della giornata, però, è già irrimediabilmente cambiato. La parola “dimissioni” è sparita. Il “ributto” e lo “schifo” pure. Il governatore, a sera, parla già al passato. “Metodo Boffo? Peggio, d’ora in poi si può parlare di ‘metodo Crocetta’. Volevano farmi fuori”. Intorno, monta già, l’italico mormorio: “Quel giornalista lavorava all’ufficio stampa della giunta di Raffaele Lombardo”, “S ce-nari inquietanti”, “qualcuno bara”, “ci sono delle ‘manone’ che trafficano nei fascicoli”.

FacebookTwitterGoogle+
Scritto da Magazine Donna il 17/07/2015 6:16

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *