Linus: “Lascio Twitter per colpa degli ultrà juventini”

Dj Linus ha deciso che non twitterà più. E la notizia, più o meno epocale, ha subito scatenato un dibattito social sul ruolo dei vip online, sul dialogo tra utenti-tifosi e sugli insulti che a vario titolo a volte dilagano incontrollati e spietati, favoriti da una presunta immunità digitale.

Riassunto delle puntate precedenti: Linus è un tifoso vip della Juventus, già presente a Berlino per la finale di Champions dello scorso maggio (e quattro anni prima apriva le porte dello Stadium presentando lo show d’inaugurazione). Fu sotto la Porta di Brandeburgo che un altro tifoso meno vip e meno politically correct di lui si permise di sibilargli all’orecchio: “Ma non ti eri dimesso da tifoso?”. In effetti era stato lo stesso Linus, quando la Juve scelse Allegri per sostituire Conte, ad annunciare le “dimissioni da tifoso” come estrema protesta per l’arrivo di un allenatore fino a quel momento non sintonizzato sulle frequenze bianconere. Fin qui poco male: Linus era in quei giorni (lontani dalla doppietta allegriana scudetto-coppa Italia più finale di Champions) in ottima compagnia. Ma aggiungiamo a questo alcune antecedenti prese di posizione contro l’arroganza della Triade e filocolpevoliste su Calciopoli, ed ecco che si spiega la scomunica del tifo che negli ultimi mesi – ci ha informato lo stesso Linus – si era trasformata in “una montagna di merda”, tanto voluminosa da costringere il direttore di Radio DeeJay a chiudere l’account e i cinguettii, ufficializzando la decisione dal suo blog.

L’episodio si presta a diverse letture, calcistiche ed extra. La prima riguarda la spaccatura che Calciopoli ha creato tra gli stessi fan bianconeri. Premesso che il tifo è pur sempre un virus e porta spesso a conseguenze letali, al tifoso più passionale o comunque più ortodosso pare inaccettabile che si possa mettere la fede calcistica dietro ad altre questioni, anche se fondate e normalmente accettabili. Ma non c’è niente da fare: l’ex sedicente tifoso Travaglio è ormai detestato dagli ultrà internettiani tanto quanto Zeman, un altro che in gioventù aveva il cuore a strisce, e non sono previste deroghe. Gli anni ’90 e i primi 2000, pieni di battaglie giudiziarie mediatiche con il club bianconero sul banco degli imputati, hanno generato un ciclone polemico che non si è ancora fermato. E che ha diviso tutti, non solo accentuando le rivalità con altre tifoserie, ma anche all’interno della stessa curva virtuale bianconera. Con i “tiepidi” come Linus da una parte e i passionali dall’altra.  

Altra considerazione, fuori dal recinto di gioco: sostiene il maestro Umberto Eco che i social media hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che una volta potevano esprimersi solo al bar, e tutto finiva lì. Ora hanno la stessa autorevolezza di un premio Nobel: è l’invasione degli imbecilli.

Vero soprattutto in tema pallonaro, ma queste sono le regole della nuova pluralità digitale, di una democrazia tecnologica nascente e ancora piena di falle. Che certo permette ai cattivi sentimenti di emergere e di generare confusione, ma che può favorire anche una consapevolezza collettiva, aprendo strade nuove.

Anche il giornalista Enrico Mentana se n’era andato alcuni mesi fa da Twitter sbattendo la porta perché esasperato dai troppi insulti di utenti nascosti dietro pseudonimi o account fasulli. E pure in quel caso la critica si era divisa tra quanti condividevano la scelta di rottura del frontman di La7 e quanti ne sottolineavano la sottile civetteria.

Vale in parte anche per Linus. Su Twitter e sui social in generale, mancano i filtri che le convenzioni del mondo tradizionale hanno da sempre garantito, ma sta a chi twitta – vip o meno che sia – saper gestire il mezzo. Trasferito in curva, il cinguettio diventa meno lieve, si trasforma in commento becero e magari in “aggressione”. È un gioco che si fa duro. Certo, bisogna saper ribattere, avere gli attributi, non arrendersi mai, con umiltà e grinta. Proprio come in una partita. Chi ha le doti necessarie per rispondere agli attacchi (specie se è un professionista della comunicazione), può e deve provare a stare al gioco. Chi se ne va, è comunque libero di farlo. Tanto non può portarsi via la palla.

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Scritto da Magazine Donna il 18/09/2015 20:42

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