Lo sfogo di Letta: “Renzi è squallido” Palazzo Chigi tace

Sono appena sbarcato dopo 25 ore di volo e con otto ore di fuso orario, e subito ho letto le rivelazioni del Fatto (in edicola ieri, ndr). Non mi sembra ci sia niente da aggiungere, i comportamenti e le parole del presidente del Consiglio Matteo Renzi, che da lì emergono, si commentano da soli. Che squallore, siamo finiti alla politica di House ofCards”. È lapidaria la reazione dell’ex premier Enrico Letta al contenuto dell’intercettazione tra il generale della Guardia di Finanza, Michele Adinolfi e Matteo Renzi, risalente all’11 gennaio 2014, poco più di un mese prima del cambio di governo. Un’intercettazione in cui l’allora segretario del Pd e sindaco di Firenze gli dava dell’incapace. La tempistica è interessante: meno di una settimana dopo, lo stesso Renzi lanciava alle Invasioni barbariche di Daria Bi-gnardi l’hashtag Twitter #enrico-staisereno.

DAI PROTAGONISTI della storia raccontata ieri dal Fatto Quotidiano non arriva nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna giustificazione. Non parla Matteo Renzi. Non lo fa il sottosegretario a Palazzo Chigi, Luca Lotti del quale sono intercettate telefonate e messaggi in cui risponde alle proteste di Adinol-fi che vede portare in Cdm la proroga di Saverio Capolupo a comandante delle Finanze per due anni giustificandosi (“Con nostra avversione”). Non vuole commentare il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che in un pranzo con lo stesso Adi-nolfi, il presidente dei medici sportivi, Maurizio Casasco e Vincenzo Fortunato, l’ex capo di gabinetto del ministro Tremonti, discuteva su come fare pressioni su Giorgio Napolitano, attraverso una presunta ri-cattabilità del figlio Giulio.

LA VICENDA è evidentemente troppo imbarazzante e dunque impossibile da commentare in maniera dignitosa. Tanto è vero che nel mondo renziano ufficialmente non parla nessuno. Chi lo fa, pur chiedendo di mantenere l’anonimato, rispetta un ordine di scuderia evidente: tenere la vicenda bassa, sperare nel minor clamore mediatico possibile. Ricordare i dati economici positivi di ieri (che è quello che fa Renzi in una conferenza stampa a Palazzo Chigi) e poi sostenere che le intercettazioni in questione non hanno un carattere penalmente rilevante. L’unico di tutto il gruppo dirigente del Pd che parla a volto scoperto è il presidente, Matteo Orfini: “Mi rifiuto anche solo di leggere intercettazioni prive di rilevanza penale che non dovrebbero essere trascritte né tanto meno passate ai giornali”.

Il commento più pesante, invece, arriva da uno che dal Pd è appena uscito. “Il governo deve riferire in Parlamento”, attacca Stefano Fassi-na, che era viceministro dell’Economia del governo Letta fino a poco prima che iniziasse ufficialmente l’operazione per defenestrarlo. Si era dimesso dopo che Renzi durante una conferenza stampa aveva detto, rispondendo a una domanda su di lui: “Fassina chi?”. Adesso afferma: “Bisogna chiarire i punti che aprono squarci molto preoccupanti sui fatti avvenuti a ridosso della rimozione del governo Letta”. Chi nel Pd è rimasto, è più morbido. Anche se il giudizio è chiaro. Dice Alfredo D’Attorre: “Concordo con Letta: non penso ci sia bisogno di commenti”. E Rosy Bindi: “Risparmiamoci la fatica di commentare ciò che si commenta da solo”. Il senatore ribelle Corradino Mineo si dichiara “dispiaciuto per il livello di questa conversazione”. Spiegando: “Quello che mi preoccupa è che mi ero fatto un altro film. Avevo creduto che Renzi fosse stato costretto dagli eventi a prendere il posto di Letta. Tutto questo mi dà un profilo provinciale e modesto molto triste”.

Resta da notare che a fine luglio arrivano alla Camera le intercettazioni, all’interno della riforma del processo penale: il Parlamento dovrà dare la delega al governo per riformarle. Si cerca un modo per dividere quelle rilevanti da quelle irrilevanti. Mettendo queste ultime in una specie di cassetta di sicurezza e distruggerle a fine processo. Vediamo quale sarà.

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Scritto da Magazine Donna il 11/07/2015 6:21

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