Marco, 4 anni, muore in metro: insultato Marino

Marco aveva quattro anni, è morto precipitando nel vano ascensore alla fermata Furio Camillo della metropolitana A di Roma. Era con la sua mamma, Francesca Giudici, 43 anni, quando l’ascensore si è bloccato, «accade spesso», hanno raccontato poi alcuni testimoni, «ma di solito quando non funziona viene segnalato con bande gialle dall’Atac, oggi non c’era nessuna segnalazione».

Sono le 17.15, mamma Francesca preme subito l’allarme, avevano preso l’ascensore per non fare le scale a piedi con il passeggino. Fa caldo nella Capitale e un addetto di stazione, «per eccessiva generosità», dirà dopo l’assessore ai Trasporti Guido Improta, tentala manovra, «unaprocedura non codificata». L’ascensore bloccato viene così affiancato da un altro elevatore e si di cerca fare un trasbordo di Marco e Francesca attraverso una botola laterale. La dinamica è ancora tutta da chiarire ma sembra che il piccolo si sia divincolato dalla mamma, finendo nello spazio ristretto tra i due elevatori, non più di 30-40 centrimetri e precipitando peruna ventina dimetri. Per Marco non c’è niente da fare. Quando i soccorritori riescono a prendere il corpicino al buio provano a rianimarlo. «Ho tentato», racconta Francesco, un operatore del 118, «è stato tutto inutile. Insieme ai vigili del fuoco abbiamo tirato su il bambino, dopo averlo poggiato sulla banchina, ho cercato di rianimarlo ma non c’è stato nulla da fare.

L’intervento che ha causato la morte di Marco «poteva essere eseguito solo da personale specificatamente addestrato per questo scopo», si legge in un comunicato dell’assessorato ai Trasporti. E la ditta addetta alla manutenzione dell’ascensore, la Kone, «stava già intervenendo secondo i tempi contrattualmente previsti e cioè aveva assicurato l’intervento entro 30 minuti dalla segnalazione del guasto». Mentre in serata dall’Atac hanno fatto sapere che «non è un problema di manutenzione degli ascensori«.

Fuori dalla fermata Furio Camillo sembra di assistere ad una nuova dolorosa Vermici-no, tra le telecamere dei cronisti, i curiosi e le forze dell’ordine. Poco dopo la tragedia arriva sul posto il sindaco di Roma, Ignazio Marino, resterà con la mamma di Marco e Giovanni, il papà, accorso subito dopo la tragedia, con il casco in mano e le lacrime agli occhi, era al lavo ro in una libreria di via Veneto ed è stato avvertito dai carabinieri dopo l’incidente.

Quando va via, però, il sindaco viene ricoperto da una valanga di insulti: «Via», «vattene» e ancora «buffone», gli urlano contro. «Non ho nessun commento da fare è una tragedia terribile non solo per Giovanni e Francesca che ho visto un paio di ore, ma per tutti noi», ha detto Marino prima di andare via, preannuciando che il giorno dei funerali di Marco verrà indetto il lutto cittadino. Intanto, la Procura di Roma ha aperto un’indagine per omicidio colposo. Al momento il procedimento, coordinato dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani è contro ignoti. Gli inquirenti hanno posto sotto sequestro l’impianto dell’ascensore e il materiale registrato dalle telecamere è stato messo a disposizione della magistratura.

Le colpe degli amministratori

Quel cucciolo è stato ucciso dalla leggerezza e dall’incuria.

Fa molto caldo, ci sono numerose persone che scendevano verso i treni. Dopo pochi minuti qualcuno è già in preda al panico. Si suona l’allarme, ma ci vuole tempo per i soccorsi. Non arrivano subito, e la tensione aumenta. Dentro quell’ascensore c’è anche un bimbo di 4 anni con la sua mamma. Si respira poco, la tensione è alta, qualcuno grida, altri protestano. Sicuramente il bimbo ha paura. I tecnici non sono ancora sul posto, c’è bisogno di aria lì dentro. Un addetto della metropolitana cerca di darsi da fare. Si tenta una operazione difficile: portare un altro ascensore al fianco, forzare la porta di quello che rischia di diventare una gabbia per i suoi occupanti, e farli passare dalla cabina guasta a quella che funziona. Non si sa ancora cosa sia accaduto in quel momento, ma a un certo punto la porta viene forzata e aperta. Il bimbo in preda alla paura si divincola dalla mamma e scappa. Davanti a sé però ha solo il vuoto: c’è un lunghissimo metro da saltare per arrivare nell’altra cabina. Non è alla sua portata: precipita per dieci metri nel vano ascensore, che oltretutto ha in bella vista i cavi dell’alta tensione. Perluinon cisarànulla da fare. Nella stazione della metro A di Roma solo urla, disperazione, svenimenti. La tragedia, appunto. E poco dopo i fischi di rabbia quando arrivano le autorità, e il bersaglio principale è il sindaco della città Ignazio Marino.

Al momento in cui scrivo i particolari sono ancora molto incerti. Dalla mattinata di ieri sono circolate diversissime versioni di questo pazzesco incidente. I testimoni diretti, innanzitutto la mamma del povero bimbo, erano sotto choc e non hanno potuto raccontare nulla. Perle autorità si sarebbe trattato di una «fatalità», al massimo di un «errore umano».

Sono proprio questi due termini a suscitare rabbia anche in un momento in cuipre-valgono pietà, dolore, orrore e anche compassione per la famiglia di quel povero bimbo.

Se ho potuto aggiungere qualche particolare in più a questa tragedia, una volta che a tarda sera si è messa un po’ più a fuoco la dinamica, è perchè i fermi di questi ascensori per la metropolitana di Roma non sono l’eccezione, né una fatalità, ma purtroppo l’ordinaria amministrazione. Chi scrive è restato intrappolato insieme ad altre 14 persone anni fa in un identico ascensore che portava ai treni della stazione Spagna della metropolitana di Roma. Anche allora- era il 25 luglio- era una giornata torrida nella capitale. E nell’ascensore non c’era aria condizionata. Ci vollero più di due ore per liberare i componenti in condizioni assai simili a quelle verificatesi ieri: uscimmo da una botola del soffitto perchè tentando di aprire la porta per avere un po’ di aria dall’esterno, questa si mise di traverso e impedì qualsiasi tentativo di uscire da lì. All’interno in quelle ore terribili e soffocanti accadde di tutto: urla, pianti, panico, disperazione, follia. C’era chi soffriva di claustrofobia, chi imprecava, perfino chi bestemmiava. Ma tutti a sera furono sani e salvi.

Quell’emergenza di anni fa nella metropolitana di Roma è la stessa di oggi. Sono passati anni, e nulla è cambiato. Sappiamo oggi che l’incuria, l’assenza di manutenzione, la leggerezza con cui si gestisce l’amministrazione pubblica possono uccidere unbambino. E la Metropolitana di Roma ieri ha ucciso un cucciolo di uomo di 4 anni.

Perchè l’amministrazione della capitale non fa manutenzione e sicurezza (è quello il problema, non la fatalità)? Perchè gli ascensori della metropolitana continuano a bloccarsi e a trasformarsi in trappole per chi li prende? Perchè il Comune non ha soldi, si continua a dire. Ma non è così: i soldi si spendono, eccome. Ma la manutenzione non fa ottenere titoloni e titoli-ni sui giornali. Non è evidente: nessuno ti mette una medaglia per averla fatta, non racimoli nemmeno un voto in più. Non vale una bella dichiarazione retorica. Non vale il taglio di nastro di una nuova tratta di metropolitana che serve praticamente a nessuno perchè porta da un quartiere periferico a un altro, da un deserto a un altro. Ma fa notizia, e garantisce il riconoscimento di chil’ha costruita. Non si fa manutenzione, perchè si tratta di piccoli lavori e lì diffìcilmente girano tante tangenti: chi ne avrebbe vantaggio? Non si fa perchè nessuno la vede, nemmeno noi giornalisti che facciamo inchieste e solleviamo grandi scandali.

Ieri potrà anche esserci stato un errore umano, il bimbo preso dal panico ha fatto il passo che un adulto forse non avrebbe tentato. Ma non parlate di fatalità. Quel bimbo è stato assassinato dalla leggerezza e dall’incuria di Roma.

 

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Scritto da Magazine Donna il 10/07/2015 5:48

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