Massimo Giletti sul fronte anti-Isis

A un certo punto, il fiume disegna un’oasi. Le donne lavano i panni nelle acque del Tigri, i bambini giocano tra le canne. Più in là c’è un ponte. E l’inferno. Quello della guerra che nel nord dell’Iraq si combatte contro lo Stato islamico, l’Isis. Quello che ha visto Massimo Giletti. «È una battaglia dura. Guardando le donne e i bambini in riva al Tigri, quasi non la percepisci. Eppure è lì, a pochi chilometri. Ma sembra che a nessuno interessi mostrare quella guerra», dice il giornalista che in Iraq ha realizzato un lungo reportage. Una parte è andata in onda nell’anteprima del suo programma, L’arena, un’altra si vedrà a ottobre, in seconda serata.

Giletti ha intervistato e filmato, con il suo collaboratore e videomaker Roberto Campagna, un combattente dell’Isis catturato dai peshmerga, le forze armate della regione del Kurdistan iracheno. «Per la prima volta un prigioniero dello Stato islamico parla davanti a una telecamera», sottolinea il giornalista. Nella zona di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, il conduttore ha incontrato drammi e paure. Ha visto da vicino quello che, proprio a proposito delle battaglie che lacerano Iraq e Siria, Papa Francesco – sempre più “ministro” della politica estera del mondo – ha definito «oceano di dolore».

Tre anni fa, Giletti era stato in un’altra zona di guerra, l’Afghanistan.È tornato da poco dall’Iraq: perché ci è andato, cosa ha visto? «Di fronte all’esodo dei profughi verso l’Occidente, mi è sembrato giusto raccontare questo dramma andando proprio nei luoghi, di guerra e di povertà, da cui si scappa. L’ondata dei migranti si è trasformata in uno tsunami. Andare in Iraq non è stato facile. Ma là ho documentato quello che accade in trincea, l’impegno dei soldati italiani, qualche centinaio, e le battaglie dei peshmerga, che sono a soli 300 metri dagli uomini dell’Isis. Il loro è il punto più vicino allo Stato islamico, lontano un centinaio di chilometri dalla capitale del Kurdistan, Erbil». Come è arrivato a quella trincea?

«La prima tappa del viaggio in Iraq è stata la base dei nostri soldati, paracadusti che sono là per addestrare i peshmerga curdi. I militari italiani sono coraggiosi e si fanno apprezzare: non sono solo soldati, ma ambasciatori del nostro Paese. Poi sono riuscito a raggiungere, con il mio operatore, anche la base dei peshmerga: prima con un taxi e poi a piedi. Al primo check-point, hanno sparato in aria, ci hanno perquisito, ci hanno portato dal colonnello Soroud, che è responsabile di un fronte di oltre 500 chilometri. Là si è in prima linea, come nella trincea della Prima guerra mondiale. Là centinaia di uomini combattono e muoiono sul campo. Sono soldati poco attrezzati e hanno bisogno di armi di supporto. In quella zona, rappresentano l’ultima barriera contro l’espansione del Califfato.

Dopo un lungo colloquio e molti tè bevuti insieme, il colonnello mi ha permesso di incontrare un militante dell’Isis catturato durante una battaglia. Lo vedo ancora davanti agli occhi mentre mi dice che era pronto a tutto, anche a morire, anche al martirio, per la bandiera dell’Isis. Mi ha raccontato di donne col seno tagliato, e poi uccise, perché non si erano convertite. Spesso violenze e mutilazioni sono state filmate e mostrate dai jihadisti nei villaggi per terrorizzare e convincere, in una macabra propaganda». Avrà avuto paura. Non ha mai pensato “chi me lo ha fatto fare”? «Se ti ritrovi in una trincea dove sono state lanciate bombe gas e il terreno è giallo di iprite, certo, la paura ce l’hai. Anche all’arrivo al check-point ne ho avuta: quello è stato un momento drammatico. Comunque, non mi sono mai pentito di esserci andato. Anche la paura serve, ti può aiutare a non fare cavolate. E poi, un giornalista, per raccontare la realtà, ha anche il dovere di uscire da uno studio televisivo».

Quali altri drammi ha raccolto e documentato? «Anche quello di una donna yazida violentata con le sue figlie. Una aveva otto anni e di lei hanno abusato dieci uomini. La bambina è morta poi dissanguata davanti agli occhi della madre. Di fronte a tragedie come queste, ti chiedi come si può dialogare con chi commette queste atrocità. Sono 5 mila le donne yazide rapite dai jihadisti, e 3.500 sono ancora prigioniere. In Iraq, ho incontrato il vescovo di Erbil, monsignor Bashar Warda, che ha paragonato questa situazione al cancro. Lo ha fatto con queste parole: “Quando non ci sono medicine, per estirparlo bisogna intervenire chirurgicamente. E per uscire da questa guerra, l’uso delle armi rappresenta l’unica medicina. Abbiamo bisogno di un’azione forte, anche militare». Parole forti. Papa Francesco ha da poco confessato di portare la croce di un sacerdote sgozzato proprio in Iraq…

 «Il Papa una volta ha detto: “Se uno offende mia madre, gli do un pugno”. È un’espressione forte… E io mi chiedo: noi che abbiamo dichiarato e fatto tante guerre, ora che siamo attaccati stiamo a guardare?». L’Iraq, con la Siria, fa parte dello scacchiere principale della lotta al Califfato: a che punto è la guerra all’Isis? «In alto mare. L’Europa non capisce che di fronte all’esodo biblico dei migranti deve intervenire per fermare la conquista di interi territori da parte dell’Isis. Sta cambiando la geopolitica e bisogna andare all’origine di questo drammatico fenomeno. Ci sono 4 milioni di siriani nei campi profughi. Bisogna aiutarli là. Ma troppi Paesi, dalla Turchia all’America, hanno una linea politica ambigua. Intanto, l’Iraq di prima non esiste più, tutto il nord, quasi metà del Paese, è nelle mani dello Stato islamico, che è a un centinaio di chilometri da Baghdad. L’esercito iracheno è in una palude: non riesce a riconquistare posizioni. Gli unici a resistere sono i peshmerga curdi. Nel frattempo, le milizie dell’Isis si rafforzano e i combattenti arrivano da molti Paesi, da Tunisia, Inghilterra, Francia, Russia, persino dalla Cina, secondo quanto mi ha rivelato il combattente dell’Isis che ho intervistato.

Quando ho chiesto al comandante curdo Soroud quanti sono, ha alzato gli occhi. Saranno migliaia». Putin e Obama dovrebbero incontrarsi all’Onu per affrontare la crisi siriana e la guerra all’Isis: si troverà una strada comune? Il presidente russo vuole salvare Assad, in Siria, mentre l’America non vuole legittimare il suo governo.«Si esce dal pantano solo se Stati Uniti e Russia tornano a parlarsi. Purtroppo hanno interessi diversi. Il mondo occidentale pensa che si possa esportare la democrazia, ma in quelle zone è necessario il governo di un uomo forte. Abbiamo visto cosa è successo in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein e in Libia dopo Gheddafi. In Siria, Assad ha gravi responsabilità: ha represso l’opposizione, innescando la guerra nel Paese. Ma questo non può essere un alibi per sostenere l’Isis. Il primo nemico è l’Isis, non Assad». Sembra che il comando americano delle missioni in Iraq abbia descritto a Obama più successi di quelli ottenuti nella lotta al
Califfato: quali sono gli scenari? «Il problema oggi non è solo combattere, ma determinare nuovi equilibri politici e creare nuovi Stati.

L’Iraq e la Siria di un tempo non potranno più esserci, sunniti e sciiti non possono convivere. Dovranno nascere nuovi confini, come è accaduto nella ex Jugoslavia». Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e il Governo possono fare di più e promuovere un progetto di politica internazionale che vada oltre le emergenze, dei migranti e delle minacce del terrorismo? «L’Italia da sola non può far nulla e l’Europa si mostra incapace. Dimostra ancora una volta di essere solo un’unione monetaria. Per agire si aspetta l’America. E ci abituiamo alla cultura del container: i migranti appaiono numeri, non più persone». Sono in arrivo nuovi allarmi e rischi di terrorismo in Italia? «Dobbiamo abituarci a convivere con la paura. Possiamo continuare a giocare come quei bambini lungo il fiume. Ma il pericolo non è lontano da noi. Ed è da irresponsabili non tenerne conto».

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Scritto da Magazine Donna il 23/09/2015 10:19

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