Matteo Renzi: “Letta ha voluto distruggere il centro di potere, ma non ha creato nulla, ne paga le conseguenze”

Dopo la P2 della prima Repubblica, la P3, la P4 e cricche varie dell’era berlusco-niana, ecco si scopre un’autoproclamata “carboneria”, di epoca renziana, che tra cene e incontri scambia informazioni sul destino dell’Italia, auspicando e annunciando scalate ai vertici dello Stato.

È IL 5 FEBBRAIO 2014, alla Taverna Flavia, Roma, c’è il pranzo durante il quale il generale Michele Adinolfi accenna alla ricattabilità del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Alla stessa tavola Dario Nardella, vicesindaco di Firenze e storico numero 2 di Renzi, anticipa alla “carboneria” riunita le trame che porteranno a #enricostaisereno, le ragioni del cambio Enrico Letta-Renzi al governo, auspicando: “Bisogna fare la legge elettorale e andare a elezioni anticipate. (…) Oggi Letta che cosa può fare, anche un Letta bis, che consenso ha nel Paese per poter fare una riforma? Lui c’ha proprio questa cultura andreottiana del tirare… (…) io fossi stato Letta, il giorno che il segretario del mio partito prende due milioni di voti, il giorno dopo sarei andato da lui. (…) Oppure quando ha detto dieci anni di inconcludenza, io sarei andato da Renzi e gli avrei detto: se questo è il tuo giudizio sul mio governo lascio, che il partito decida, invece mi dà l’impressione che sta attaccato alla seggiola”. Alla stessa tavola c’è anche il superburocrate del ministero dell’E con om ia Vincenzo Fortunato, ha un’idea ben precisa: “Letta ha voluto distruggere il centro di potere, ma non ha creato nulla. Oggi Letta paga le conseguenze di aver smantellato ogni struttura”.

QUALCHE giorno prima squilla il telefono del generale Michele Adinolfi. E Luca Lotti, braccio destro, factotum di Matteo Renzi, oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. E il 16 gennaio 2014, il 22 febbraio il sindaco di Firenze diventerà presidente del Consiglio. Adinolfi ha un obiettivo: avanzare la sua candidatura a comandante generale della Guardia di finanza, non ci riuscirà, ma l’ 11 gennaio aveva già ricevuto le confidenze di Renzi sull’intento di sostituire Letta jr a Palazzo Chigi: “Lui non è capace, non è cattivo, non è proprio capace ma l’alternativa è governarlo da fuori”. Lotti, invece, quel 16 gennaio, propone ad Adinolfi un caffè nel pomeriggio a largo del Nazareno, divenuto ormai simbolo di patti più o meno nascosti. Più tardi è Adinolfi a chiamare e Lotti “risponde di essere in ritardo, consiglia però al generale di salire nel suo ufficio in quanto ci sono troppi giornalisti in zona”. Gli episodi, raccontati in queste carte dell’in dagi ne su Cpl Concordia e depositate dai pm della Procura di Napoli, sono la sintesi perfetta di un certo modo di gestire il potere e nasconderne alcuni aspetti. Infatti, quelli sono proprio i giorni decisivi per la scelta del nuovo comandante delle Fiamme gialle e per le sorti del vecchio governo Letta e del nuovo governo Renzi. La rete relazionale che Michele Adinolfi (indagato ma già con richiesta di archiviazione della procura) “è riuscito a creare nel corso del tempo – scrivono gli inquirenti – gli è funzionale a perseguire i propri interessi, complice sicuramente la fortuita coincidenza che ha fatto sì che si trovasse a Firenze nel momento storico d el l’affermazione politica a livello nazionale dell’ex sindaco Matteo Renzi: riesce ad avere un canale preferenziale sia col premier, sia con Luca Lotti, sia con Marco Carrai”.

LA NOMINA di Adinolfi non arriverà, bloccata proprio dal governo Letta per la conferma al comando generale di Saverio Capolupo. E Adinolfi non gradisce, come si evince da uno scambio di sms con lo stesso Lotti. “Con nostra avversione”, scrive il renziano. “Ok ma non è passato comunque”. “Ti chiamo e ti spiego quello che è successo”. “Ha fatto Matteo ieri”. Altro che Nazareno per le riforme. Adinolfi soltanto nel dicembre 2013 per altro, parlava al telefono con Attilio Befera, in quel momento direttore dell’Agenzia delle entrate, per chiedergli se Gianni Letta avesse saputo della richiesta di archiviazione dei pm di Roma nella vicenda della P4. Befera gli risponde: “Non ti preoccupà, ti curo io…”. Pochi giorni dopo Gianni Letta chiama Adinolfi invitandolo nel suo ufficio Mediaset. “Allora mi vuoi ancora bene?!”, dice il generale. “Io sempre te ne voglio”, risponde l’ex eminenza grigia di Berlusconi. Da Forza Italia al Pd il passo è breve. Il 9 gennaio 2014 Nardella telefona ad A-dinolfi: commentano l’operato del ministro dell’Economia Saccomanni. Il generale dice che “Matteuccio avrebbe voluto al posto di Saccomanni il vecchio, ma i due concordano che il cambio non avrebbe logica”. Il 17 gennaio 2014 Adinolfi è a cena con altre fiamme gialle, il futuro capo del governo Renzi è al centro dei discorsi. A tavola, alla Taverna Flavia, c’è il generale Vito Bardi, comandante in seconda della Finanza, ora in pensione, e il generale Giorgio Toschi, comandante della scuola di Polizia Tributaria. La microspia funziona male, l’audio non è chiaro. Una delle mogli si chiede se si possa rimuovere Capolupo, Toschi risponde “che non è possibile”. Quindi “senza comprendere il nesso viene fatto il nome di Renzi”. Bardi si allontana un attimo, poi torna al tavolo e commenta: “Mi sembra il tavolo della carboneria”.

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Scritto da Magazine Donna il 11/07/2015 6:20

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