Nelle sale il documentario sulla Winehouse che racconta la ragazza nascosta dietro l’icona

Resta nelle sale soltanto oggi, domani e dopodomani Amy, il docufilm di Asif Kapadia dedicato ad Amy Winehouse. Quasi fosse un dono per il suo trentaduesimo compleanno, poiché era nata il 14 settembre 1983. Genetliaco che deve essere festeggiato in sua assenza, essendo scomparsa per le conseguenze di un’overdose alcolica il 23 luglio 2011 a soli 27 anni. Il film è un’esperienza toccante. Va visto e non dovrebbero farlo soltanto i fan, ma ancor più chi non la conosceva. Accade spesso che dei vip, soprattutto musicali, parlino gli altri.

Non che il biografismo sia un male (sipensi all’indimenticabile The Doors di Oliver Stone). Né deve esistere soltanto la docubiografia. Ma la straordinaria ricchezza di questo film, composto di innumerevoli video inediti, è che a raccontare Amy sia lei stessa e chi la conosceva, dai genitori agli amici ai compagni di ascesa. Asif aveva già vinto due BAFTA 2012, Miglior documentario e Miglior montaggio, per Senna,i docu- film che nel 2010 dedicò ad Ayrton Senna. Dovrebbe vincerli anche per questo, che porta la vera Amy Winehouse, prima che l’abuso di sostanze la autodistruggesse, agli occhi degli spettatori. È una Amy col viso, il corpo, la pelle, l’umore, gli occhi vivi, non ancora diventati quelli di una figura che volgarmente definiremmo «una tossica», e che sarebbe più corretto, e rispettoso, chiamare «intossicata».

Il film comincia con un video amatoriale per il quattordicesimo compleanno di un amico: Amy canta Happy Birthday con una voce black, jazz e semplicemente splendida, negli occhi degli astanti riluce non detto il pensiero che fosse nata per cantare. Cantava, appunto, già sedicenne, nella Na- tional Youth Jazz Orchestra (con cui la ascoltiamo perfor- mare anche Moon River, in una versione molto meno delicata di quella che cantò Au- drey Hepburn in Colazione da Tiffany). I suoi miti erano Sara Vaughan, Tony Bennett, Dinah Washington, ma lei aggiunge: «Ho imparato a cantare da tutto». Con un’aggettivazione che rivela la sua precoce attitudine ad alcool e droghe, in una intervista degli inizi spiega di aver cominciato a scrivere testi, oltre che musica, per misurarsi con parole che cancellassero quelle «annacquate» delle canzoni da charts con cui era cresciuta.

Quando, dopo il primo investimento dell’industria musicale su di lei, va a vivere lontano dalla famiglia con l’amica del cuore, dice che vuole soltanto fare musica e fumare erba tutto il giorno. Predittivo il momento in cui le domandano, turbati dal suo macroscopico talento: «Quanto pensi che diventerai famosa?». Risponde: «Per niente. Credo che non riuscirei a gestirlo. Andrei fuori di testa»… In molte hanno provato ad imitarla, dopo che la sua capacità lirica e melodica di anima antica in un corpo molto giovane – così la definisce la Island Records nel film – ha riportato in auge il jazz, e testi tanto pregni da ipnotizzare, nella musica pop. Ma, come dicono tantissimi nel film e come traspare da ogni fotogramma, Amy era vera e in connubio assoluto, quasi ossessivo, con la musica. Era il suo sbocco alla depressione, fortuna che non capita a tutti i depressi. L’oro puro non si usa per fare gioielli. Sarebbe troppo delicato, è necessario mescolarlo in piccola parte a metalli meno preziosi ma più resistenti. Amy, il cui luogo ideale di esibizione era quello del jazz classico, un piccolo spazio buio con pochi ascoltatori, forse ha pagato un’esposizione che, come aveva detto, non sarebbe stata in grado di reggere. Il film di Kapadia ci regala la sua intimità e la sua purezza.

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Scritto da Magazine Donna il 15/09/2015 6:50

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