Neppure la sinistra crede ai tagli di Renzi

Francesco De Dominicis (Libero) ■■■ Tre strade sbarrate. Per 10 meno in salita. Sono quelle immaginate dal governo di Matteo Renzi per rendere concreti il taglio alle tasse da 45-50 miliardi di euro in tre anni. Il sospetto che l’annuncio del premier, arrivato sabato all’Expo, non poggiasse su elementi è emerso subito. Anche a sinistra sono scettici. E dopo i «dettagli» rivelati ieri dal consigliere del premier, Yoram Gutgeld, sul Corriere della sera è tutto più chiaro: quella che l’ex sindaco di Firenze ha già ribattezzato come una «rivoluzione copernicana» corre il rischio di essere ricordata come l’ennesima promessa non mantenuta.

L’inquilino di palazzo Chigi ha alzato l’asticella parecchio: l’anno prossimo vuole azzerare l’Imu-Tasi sulla prima casa (e forse pure l’Imu agricola e quella sugli imbullonati); nel 2017 punta a ridurre le imposte a carico delle imprese, partendo dall’Ires e dall’Irap; nel 2018 l’obiettivo è rimodulare la struttura delle aliquote Irpef su stipendi e pensioni.

In pochi credono che il progetto sia realizzabile. Pure al Tesoro, seppur sottovoce, i dubbi crescono ora dopo ora. Alla base del flop di Renzi c’è l’assenza di quattrini. Il nodo principale per qualsiasi intervento volto alla riduzione del carico tributario sono i fondi, ossia le coperture finanziarie. Perché per una legge che prevede un esborso o una minore entrata è obbligatorio individuare appunto una copertura. Fatto è che il «tris» servito da Gutgeld è già indigesto.

L’ex McKinsey boy, al quale il premier ha consegnato le chiavi della spending review, haindicatotre frontiper assicurare fondi al piano fiscale dell’esecutivo: interventi sulla spesa pubblica, crescita economica, deficit. Il primo pilastro è quello che a Gutgled sta più a cuore visto che la delega sulla riduzio -ne delle uscite dal bilancio statale è sua. L’obiettivo dichiarato, connesso alla «rivoluzione copernicana» sulle tasse, è mettere insieme 10 miliardi di risparmi nel 2016 e poi ancora di più negli anni successivi. Una impresa che, finora, non è riuscita a nessuno. Nemmeno al mister «Forbici» più accreditato, quel Carlo Cottarelli che, chiamato dal governo di Enrico Letta nel novembre 2013 a combattere gli sprechi, è stato rispedito da Renzi al Fondo monetario internazionale. Prima di lui, la stessa sorte era toccata a Piero Giarda. I dati degli ultimi mesi indicano una direzione opposta al contenimento del bilancio: come segnalato ieri dal Centro studi di Unim-presa, nei primi cinque mesi di quest’anno le uscite sono cresciute di 10,2 miliardi rispetto al periodo gennaio-maggio del 2014. Quale strategia abbia individuato Gutgeld per invertire la tendenza non è noto. Così come appare un azzardo, adesso, scommettere sulla crescita economica: di fatto il governo spera che l’economia italiana cresca oltre le stime. Nel Documento di economia e finanza, il prodotto interno lordo è indicato al+1,3% nel 2016, al+1,2% nel 2017 e al +1,1% nel 2018. Per quest’anno la previsione si ferma a +0,7% e sperare che nel triennio successivo si vada oltre le attese non è credibile. Poi c’è il terzo capitolo, il debito: di fatto il governo spera di poter avere margini per agire sul deficit: se il rapporto col pil resterà ampiamente sotto il 3% imposto dalle regole europee, ci potrebbe essere spazio per recuperare un po’ di quattrini. Una mazzata alle coperture è stata pubblicata ieri sulla Voce. info, sito di economisti-riformisti fondato da Tito Boeri (piazzato da Renzi alla presidenza dell’Inps). Scrive Massimo Bor-dignon (Università Cattolica): «Anche prendendo per assodata la crescita nominale prevista dal governo per i prossimi anni, l’incremento automatico del gettito che questa compor-tanon è certamente sufficiente per finanziare gli interventi previsti, oltretutto dovendo garantire il rispetto degli impegni europei e la riduzione del debito pubblico. I tagli alla spesa pubblica rappresentano l’ovvia risposta, ma anche qui bisognerebbe indicare dove e come».

Critiche sono arrivate dalle opposizioni. E ovviamente pure un pezzo del Partito democratico ha già alzato la voce contro il segretario-premier. L’exnumero Pd, PierLuigiBer-sani, sostiene che «è sacrosanto ridurre il carico fiscale, ma c’è modo e modo e bisogna finalmente discuterne sul serio». Bersani teme che si tiri «lavolata al modo della destra». Nonpotevamancare, neldibat-tito, la voce di Vincenzo Visco. L’exviceministro delle Finanze lamenta l’assenza di «un riferimento alla lotta all’evasione». Visco ha parlato poi dell’annuncio dell’abolizione della tassa sulla prima casa: «Eliminarla è ingiusto e inaccettabile politicamente». Il fatto che la stangata sul mattone abbia massacrato il mercato immobiliare, contribuendo a far sprofondare l’Italia in una delle più pesanti recessioni della storia, però, non conta nulla.

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Scritto da Magazine Donna il 21/07/2015 6:32

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