Olio di Palma nelle merendine e patatine è buono o no? Ecco il verdetto

E’ sulla bocca di tutti: l’olio di palma è l’olio vegetale più usato dall’industria alimentare ed è tra gli ingredienti di gran parte dei prodotti che consumiamo ogni giorno, dai biscotti alle patatine, dai gelati ai cibi precotti e alle salse. Ora se ne parla molto, forse ancor più di quanto se ne mangi, tra campagne che ne rimarcano la pericolosità per la salute e altre che lo assolvono. Anche sui social network la discussione tiene banco da tempo. Fare chiarezza è necessario, per essere consumatori consapevoli. Perché oggi di olio di palma se ne produce moltissimo: nel 2014 erano 60 milioni di tonnellate, ossia il 37 per cento degli oli vegetali di tutto il mondo (al secondo posto, con il 27 per cento, ce quello di soia), ma è usato da molto tempo nei Paesi asiatici come India e Cina proprio come da noi si usa quello di colza, girasole e oliva (che è ultimo, con solo l’1 per cento).

Fa bene, fa male? Laura Rossi, biologa nutrizionista e specialista in scienza dell’alimentazione, ce lo spiega: «Siamo arrivati all’olio di palma anche per dare retta ai nutrizionisti, consentitemi questa provocazione, che dicevano “no alla margarina, no ai grassi idrogenati, no al colesterolo”: l’industria ha risposto “ok, ho scelto un’altra cosa, che costa poco e ha le stesse caratteristiche del burro”.

Dal punto di vista nutrizionale, l’olio di palma è un grasso saturo, come il burro, è molto ricco di calorie e del burro ha tutte le caratteristiche, positive e negative. Tra le positive, c’è l’estrema stabilità: anche alle alte temperature non forma idrossidi, cioè prodotti da ossidazione dannosi tipici dei grassi insaturi quali l’olio di girasole e di arachide. Quindi è adatto, c molto usato, nelle fritture industriali. Inoltre», prosegue Rossi, «non contiene colesterolo, una molecola animale presente solo nel burro, nei formaggi, nei salumi e nella carne. Come già detto costa poco, rispetto al burro, e per l’industria ciò è importante, quanto l’essere inodore e insapore, che ne permette un uso più ampio».

Ma veniamo alle caratteristiche negative: «Come tutti i grassi saturi, quindi esattamente come il burro, ne va limitato il consumo: non dovremmo superare l’11 10 per cento delle calorie totali quotidiane. Ora in Italia siamo intorno al 12 per cento di media: ne mangiamo già troppo. Ma chiariamo: la campagna denigratoria nei confronti dell’olio di palma prende in considerazione solo l’acido paimitico, uno dei tre componenti da cui è formato. Il problema però non è il solo paimitico, ma è la somma dei tre acidi grassi, paimitico, miristico e laurico, che è dannosa per le arterie. Queste componenti sono molto simili nel burro, anche se nel palma c’è più acido palmitico. Quest’acido è però presente anche nella mozzarella di bufala, nel tuorlo d’uovo e nel latte materno. E in quest’ultimo ci deve essere», sottolinea Laura Rossi, «perché è importante per la formazione e la stabilità delle strutture, in particolare delle membrane cellulari. Ed è per questo che compare anche nel latte in formula, il cosiddetto latte artificiale. In Italia gli alimenti per la prima infanzia sono sottoposti a controlli speciali e hanno una legislazione a parte nell’ambito della sicurezza alimentare: il latte artificiale si definisce tale quando è, per quanto possibile, simile al latte materno. Non sarà mai uguale, ma nei suoi macro costituenti (calorie, grassi, proteine, composizione) deve esserlo, per essere chiamato così, e quindi deve contenere anche acido palmitico».

Insomma, teniamolo d’occhio l’olio di palma, come un sorvegliato speciale, leggiamo bene le etichette, consumiamolo con parsimonia. Laura Rossi, che è anche ricercatrice del Cra-Nut, il Consiglio per la ricerca e sperimentazione in agricoltura, che gestisce un Osservatorio sull’alimentazione degli italiani, lo conferma: «Dobbiamo moderare l’assunzione di tutti i grassi, non solo di quelli saturi: oggi sono il 37 per cento di ciò che mangiamo, ma dovrebbe essere meno del 30. E se sostituissimo tutto l’olio di palma con olio d’oliva, di mais, di arachidi, avremmo comunque lo stesso problema perché i grassi in totale sono troppi, e ciò significa obesità. I dati specifici sui danni dovuti all’utilizzo dell’olio di palma, e soprattutto relativi al danno cardiovascolare, sono difficili da interpretare, perché molto dipende dalla dieta abituale di partenza in cui, se già discutibile, l’olio di palma può incidere peggiorando lo stato delle arterie. Ma se la dieta di partenza è buona, esso non farà danni. Inoltre, in consessi internazionali, come la Fao o Ons (l’Istituto statistico del Regno Unito), l’Italia si è positivamente distinta perché ha sempre portato avanti il concetto di healty diet, cioè di una dieta globalmente salutare, rispetto a un healty food: non c’è un singolo alimento che è buono o cattivo di per sé, ma ce uno stile dietetico che è buono o cattivo».

La produzione dell’olio di palma coinvolge 17 Paesi della fascia equatoriale, creando reddito a milioni di persone. La resa di una piantagione di palme da olio è impressionante: è 5 volte maggiore di quella di uno stesso terreno coltivato a colza, 6 volte quella del girasole, 9 quella della soia e li volte quella di olivo, e non necessita di irrigazioni, perché in quelle zone piove molto.
Ma la continua e intensiva piantumazione è considerata una delle principali cause di deforestazione e devastazione dell’habitat naturale nel Sudest asiatico. Lo spiega bene il recente libro L’olio giusto (Giunti), scritto da Rita Fatiguso e José Gàlvez, che evidenzia come nel mondo ci siano più di 7 miliardi di bocche da sfamare, e saranno 9 miliardi entro il 2050: nutrire il pianeta non è facile, bisogna produrre di più c meglio. In questo caso, meglio significa produrre olio di palma sostenibile, certificato, in linea con i principi di equità sociale, come già si sta facendo in molte zone, grazie anche alla sensibilizzazione dei governi e degli acquirenti finali. Che siamo noi, consumatori attenti e consapevoli.

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Scritto da Magazine Donna il 14/09/2015 9:30

Comments

  1. Buongiorno , l’articolo è molto esaustivo , ma mi chiedo perché quando si parla di olio di palma si citano si intervistano spesso esperti che sono favorevoli o ricerche scientifiche favorevoli e quasi mai chi la pensa diversamente e che ha posto il problema dell’invasione del palma nel cibo degli italiani presente in migliaia di prodotti.

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