Papa contro Papa: Lettera di Ratzinger fa infuriare Bergoglio In Vaticano è guerra

Circola un’indiscrezione su un presunto scontro Ira papa Bergoglio e Benedetto XVI, ma io ritengo che non possa esserci stato. Se non altro per il carattere dei due, politico-gesuitico il primo, mite e gentile il secondo. Entrambi molto attenti ad osservare forme rispettose.

Può essersi trattato di una lamentela, con il sapore della velata critica, da parte di Bergoglio, ma lì in Vaticano anche un lieve sussulto è il segnale di un sommovimento profondo.

Sembra infatti che Bergoglio non abbia gradito l’elogio pubblico che Benedetto XVI ha fatto del cardinale Robert Sarah, il prelato africano che ha appena pubblicato in varie lingue il libro “Dio o niente”.

Ratzinger ha cortesemente risposto all’invio del volume con questo biglietto: «Ho letto “Dio o niente” con grande profitto spirituale, gioia e gratitudine. La vostra testimonianza della Chiesa in Africa, della vostra sofferenza durante il tempo del marxismo, e di una vita spirituale dinamica, ha una grande importanza per la Chiesa, che è un po’ spiritualmente stanca in Occidente. Tutto ciò che avete scritto per quanto riguarda la centralità di Dio, la celebrazione della liturgia, la vita morale dei cristiani è particolarmente rilevante e profondo. La sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria del “genere” mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica».

Non c’è neanche una parola che possa giustificare il disappunto di Bergoglio. Oltretutto è proprio Francesco che, nel 2014, ha chiamato il cardinale Sarah in Vaticano come Prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Ma a papa Bergoglio fanno ombra tutti coloro che spiccano per autorevolezza spirituale e, in effetti, la stima generale per Sarah si è ingigantita in questo anno, sebbene lui non ami allatto la ricerca della popolarità e faccia vita riservata, dai tratti fortemente ascetici (sono noti i suoi digiuni per il suo paese poverissimo).

Sarah si caratterizza per l’assoluta fedeltà alla dottrina cattolica. Egli ripete che la verità va testimoniata e non può essere sottoposta a sondaggi d’opinione o mode ideologiche. Anche le parole di Ratzinger fanno trasparire la generale stima su di lui che del resto il papa emerito manifesta verso tutta la Chiesa africana di cui ha elogiato la testimonianza, mentre quella occidentale (perlopiù progressista) è stata da lui definita “spiritualmente stanca”.

Proprio questa Chiesa africana di Sarah si sta dimostrando un’intransigente oppositrice alle “rivoluzioni” vagheggiate da Bergoglio e Kasper nei due Sinodi su famiglia ed eucarestia.

È un’opposizione molto scomoda per il cattoprogres-sismo perché, mentre quella tedesca di Kasper è una Chiesa ricchissima di soldi e povera di fedeli, quella di Sarah è una Chiesa del Terzo Mondo, povera di beni, ma giovane ed ardente di fede, fiorita in questi decenni grazie ai grandi viaggi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e gioiosamente fedele al loro magistero.

Contrariamente alla Chiesa latinoamericana che è al tracollo (per emorragia di fedeli) ed è influenzata da ideologie laiciste e marxisteggian-ti, la Chiesa africana è una Chiesa in crescita e non succube delle ideologie.

Anzi, Sarah è un simbolo di coraggio cristiano perché da vescovo della Guinea si è opposto apertamente, correndo gravi rischi, sia alla dittatura comunista che alla dittatura militare. Atteggiamento di opposizione frontale che non risulta sia stato tenuto da Bergoglio. Sarah ricorda per molti versi Karol Wojtyla.

Anche – come scrive Ratzinger – per “la sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria del “genere”» che «mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica». L’elogio ratzingeria-no a Sarah per «la centralità di Dio» e «la celebrazione della liturgia» è come fumo negli occhi per i progressisti. I quali parlano dei poveri come se ne parla nei salotti, cioè in modo ideologico. Mentre Sarah letteralmente viene dalla povertà.

Quando Benedetto XVI lo nominò al Pontificio consiglio “Cor Unum” motivò così la sua scelta: «Perché so che, fra tutti, lei ha esperienza della sofferenza e conosce il volto della povertà. Lei sarà il più capace di esprimere con delicatezza la compassione e la prossimità della occidentale (perlopiù progressista) è stata da lui definita “spiritualmente stanca”.

Proprio questa Chiesa africana di Sarah si sta dimostrando un’intransigente oppositrice alle “rivoluzioni” vagheggiate da Bergoglio e Ka-sper nei due Sinodi su famiglia ed eucarestia.

È un’opposizione molto scomoda per il cattoprogres-sismo perché, mentre quella tedesca di Kasper è una Chiesa ricchissima di soldi e povera di fedeli, quella di Sarah è una Chiesa del Terzo Mondo, povera di beni, ma giovane ed ardente di fede, fiorita in questi decenni grazie ai grandi viaggi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e gioiosamente fedele al loro magistero.

Contrariamente alla Chiesa latinoamericana che è al tracollo (per emorragia di fedeli) ed è influenzata da ideologie laiciste e marxisteggian-ti, la Chiesa africana è una Chiesa in crescita e non succube delle ideologie.

Anzi, Sarah è un simbolo di coraggio cristiano perché da vescovo della Guinea si è opposto apertamente, correndo gravi rischi, sia alla dittatura comunista che alla dittatura militare. Atteggiamento di opposizione frontale che non risulta sia stato tenuto da Bergoglio. Sarah ricorda per molti versi Karol Wojtyla.

Anche – come scrive Ratzinger – per “la sua coraggiosa risposta ai problemi della teoria del “genere”» che «mette in chiaro in un mondo obnubilato una fondamentale questione antropologica». L’elogio ratzingeria-no a Sarah per «la centralità di Dio» e «la celebrazione della liturgia» è come fumo negli occhi per i progressisti. I quali parlano dei poveri come se ne parla nei salotti, cioè in modo ideologico. Mentre Sarah letteralmente viene dalla povertà.

Quando Benedetto XVI lo nominò al Pontificio consiglio “Cor Unum” motivò così la sua scelta: «Perché so che, fra tutti, lei ha esperienza della sofferenza e conosce il volto della povertà. Lei sarà il più capace di esprimere con delicatezza la compassione e la prossimità della l’amicizia che li lega (insieme realizzarono il libro intervista “Rapporto sulla fede”, che fece epoca).

L’altroieri, su un sito cattolico, “La Nuova Bussola quotidiana”, Messori ne ha dato notizia. Ma si ha l’impressione che avrebbe volentieri fatto a meno di parlare di questo incontro personale fra vecchi amici e che lo abbia dovuto fare per prevenire -come lui dice ironicamente «chi si ostini a pensare all’incontro tenebroso tra congiurati».

I complottologi mormorano lo stesso, ricordando che Messori, il 24 dicembre scorso, osò firmare un commento critico su papa Francesco, sul Corriere della sera.Ma in realtà Messori, con rispetto ed eleganza, si limitò a esternare alcuni motivi di perplessità, insieme a qualche apprezzamento e fu egualmente bombardato a tappeto dall’establishment bergogliano.

In ogni caso ciò non ha impedito a Benedetto XVI di invitarlo a conversare con lui e Messori – nel suo resoconto -avverte che non ha voluto «metterlo in imbarazzo con domande da giornalista indiscreto, come i suoi rapporti col suo successore o come i motivi “veri” della sua rinuncia».

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Scritto da Magazine Donna il 18/09/2015 5:43

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