Poltrona a rischio: Renzi cancella la Tasi

 Il presidente del Consiglio, dopo l’estate, vuole abbassare la pressione fiscale, a cominciare dalla tassa più odiata dagli italiani, la Tasi, l’ex Imu? E vuole farlo puntando sullo sforamento del deficit di uno o due punti percentuali? Sì. Anzi no. Mettiamola così: dipende. Da mille variabili. Da quanto sarà la crescita, dai tagli di spesa e, soprattutto, dall’Europa. Partita, questa, che già era complicata e che ora, dopo la vicenda greca, lo è diventata ancora di più. Ma che l’idea ci sia, che se ne parli da almeno un mese a Palazzo Chigi, che diversi tra i suoi abbiano raccolto la confidenza del premier, è un fatto. Sarebbe la mossa cruciale per dare sostanza a quella ripartenza che il premier ha in mente per settembre. Dopo l’estate, infatti, tra rimpasto e riorganizzazione del partito, vuole lanciare la volata alle Politiche del 2018. Per farlo, però, gli serve recuperare la fiducia degli italiani, in particolare di quei moderati che, alle Europee, gli avevano consentito di arrivare al 40% e che poi, in parte, ha perso per strada. Per questo, la tassa sulla casa, in assoluto la più odiata dal ceto medio.

È vero che ieri mattina «fonti di Palazzo Chigi» si sono affrettate a smentire «completamente» le «presunte indiscrezioni», apparse sulla stampa, in merito alla «politica economica del governo sulle tasse» e al «rispetto dei parametri europei». Non esiste alcun piano. Tutto falso.

È vero che un progetto definito non c’è. Ma il vero problema è quello smentito nella seconda parte della nota. L’indiscrezione sulla presunta intenzione di sforare il 3%, come hanno fatto Francia e Spagna, non poteva uscire in un giorno peggiore, cioè mentre si riuniva l’Eurogruppo per cercare di risolvere la crisi più grave da quando esiste l’Europa, quella greca. Peraltro ieri le trattative sono tornate in alto mare. Logico che, per il governo italiano, finire sui giornali per un piano in base a cui si starebbe pensando di non rispettare i vincoli, mentre a Bruxelles, nelle stesse ore, fa la parte di chi chiede a Tsipras di rispettarli, è adir poco un problema. Non solo. Se il governo ha una chance di ottenere maggiore flessibilità dall’Europa, è nella misura in cui si dimostra credibile, affidabile, rispettoso delle regole.

Ma allora questo piano esiste o no? Non c’è dubbio che Matteo Renzi spera, nellapros-sima legge di stabilità, di diminuire la pressione fiscale. Sulle persone fisiche e sulle imprese. Del resto, spiegano i suoi, sitratta di «continuare» nel lavoro iniziato. «Lo scorso anno abbiamo tagliato l’Irap e dato un sostegno ai redditi bassi con gli 80 euro». È ovvio che bisogna proseguire. «Noi siamo quelli che abbassano le tasse sul lavoro», dice un consigliere del premier. Qualcosa, su questo, ci sarà di sicuro. Ma serve anche una misura popolare, come gli 80 euro. Qualcosa che sia percepito subito dagli italiani come una boccata di ossigeno. Così da rompere quella paralisi dei consumi che sta facendo impazzire i guru del premier.

Come èpossibile cheaumenta-no i posti di lavoro, persino i risparmi, eppure i consumi sono fermi? In realtà la risposta è semplice: perché le tasse sono così tante e alte, che anche chi potrebbe spendere, non lo fa.

Certo, tutto è appeso allapos-sibilità di ottenere dall’Europa la possibilità di sforare di un punto o un punto e mezzo (due è troppo) il deficit. Una trattativa difficile e che la vicenda greca ha ulteriormente complicato. Spetta al ministro Pado-an, a settembre, in vista del Consiglio europeo di ottobre, trattare. E qui torniamo alle variabili da cui dipende il piano. La possiiblità di intervenire sulla Tasi, che poi si chiamerà lo-caltaxperché nellalegge di stabilità ci sarà la riforma con l’unificazione delle tasse locali, è legata prima di tutto all’esito delle trattative con Bruxelles. Se l’Italia può sforare di due punti, i miliardi a disposizioni sono 30. La metà se il punto di tolleranza è uno. Oppure zero. Ma non c’è solo l’Europa. Altre variabili sono la crescita del Pil, che si vedrà con i dati finali di giugno e i risultati della spending review, su cui stanno lavorando Roberto Perotti e Yoram Gutgeld. Un lavoro, anche questo, di cui ancora non si conoscono le dimensioni finali. Insomma, variabili esterne e interne decideranno i soldi a dispozione. Ma qualcosa, Renzi, farà.

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Scritto da Magazine Donna il 12/07/2015 6:55

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