Processo Scazzi: Di nuovo ergastolo per Cosima e Sabrina

Entra la Corte, per Sabrina e Cosima è di nuovo ergastolo. Una conferma della prima sentenza d’Appello e un accoglimento della richiesta della pubblica accusa che il presidente, Patrizia Sinisi, pronuncia senza bisogno di ribadirlo. Nel senso che del lungo dispositivo (alle 20 e 30 di ieri) legge soltanto ciò che viene riformato. Ossia le condanne (a vario titolo) per gli altri sei imputati “minori”; mentre per Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano, considerate le assassine, tutto resta uguale a prima. Cioè il massimo della pena.

Sarah ha 15 anni e l’esuberanza ingenua di una ragazzina che sta diventando donna quando, il 26 agosto 2010, viene strangolata e buttata in fondo al pozzo di contrada Mosca ad Avetrana. E per questo: per la soppressione del corpo, lo zio Michele Mis- seri ieri si è visto confermare la condanna a 8 anni. Lui, che racconta di averla spogliata sotto a una pianta di fico prima di gettarla via («perché avendo fatto il becchino in Germania ho imparato che, così, tutto si decompone prima e senza lasciare traccia»). Lui, che dopo mille racconti imbastiti per smentire quelli precedenti, finisce per autoaccusarsi dell’omicidio. Un delitto che secondo l’accusa, invece, è stato commesso nella casa di via Deledda da sua figlia e da sua moglie. La prima a strangolarla con una cintura, la seconda a tenerla ferma.

Così a dare dell’assassino a zio Michele che si autoincolpa ed esce dall’aula muto e a testa china, è la gente affacciata ai balconi. Quelli che danno sulla foresteria della Corte d’Appello dove i giudici si sono riuniti per sentenziare e diventati il palcoscenico di questa danza di morte e bugie. Con otto imputati a ruotare intorno alla fine di Sarah: la cuginetta di Sabrina che credeva di avere trovato a casa Misseri la sua seconda casa e la sua prima famiglia. Mamma Concetta Serrano (sorella di Cosima) papà Giacomo Scazzi e il fratello Claudio, hanno aspettato a casa la sentenza. Via dalle telecamere.

Quindici udienze e tre giorni di camera di consiglio, poi il verdetto tombale e senza sconti né ripensamenti rispetto al primo grado. Sabrina in aula scoppia a piangere prima di essere presa sottobraccio dalle guardie che la riportano in cella dovè rinchiusa da ottobre 2010; sua madre invece resta impassibile, di sasso come sempre, incapace di tradire emozione. Ai loro legali, intanto: Franco Coppi e Nicola Marseglia, non resta che sperare nel giudice supremo, ovvero che la Cassazione possa cambiare i destini delle pluricondannate e liberarle dalle pesanti accuse di omicidio volontario, sequestro di persona e occultamento di cadavere. Fino a questo secondo grado, però, l’impianto accusatorio resta in piedi, solido.

«Non mi aspetto nulla, sono pronta ad accettare qualsiasi decisione venga presa», aveva detto il procuratore generale Antonella Montanaro, prima di chiudersi nella camera di consiglio. Lei, è stata chiamata insieme con Ciro Saltalamacchia a rappresentare la pubblica accusa e forse proprio per questo, i due magistrati sono stati additati dalla difesa di Sabrina e Cosima come i registi di un non specificato «complotto ordito nei confronti delle imputate, con l’ausilio dei carabinieri, della polizia giudiziaria e perfino della Corte del primo grado». Motivo? «Un insopportabile pregiudizio nei confronti di Sabrina» avevano ribadito fino all’ultima udienza (15 in tutto per questo dibattimento infuocato) gli avvocati Nicola Marseglia e Franco Coppi. Quest’ultimo, in più interviste, non aveva fatto mistero di quello da lui stesso definito: «il mio cruccio», ossia, «provare l’innocenza di Sabrina Misseri». Non c’è riuscito il professore, per ora. «L’impianto accusatorio è stato accolto, segno che sta in piedi», ha commentato il pg Saltalamacchia. Lo dico anche se davanti a due ergastoli non c’è da esultare».

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Scritto da Magazine Donna il 28/07/2015 5:33

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