Quattro morti a Palermo tra mafia e servizi segreti

Davanti alla sua bara, Giovanni Falcone avrebbe sussurrato una frase sibillina che nessuno è mai riuscito a spiegare: “Devo la vita a questo ragazzo”. E da quel 5 agosto del 1989, quando due killer uccisero a colpi di pistola il poliziotto Nino Agostino e la moglie Ida Castelluccio, quel duplice omicidio è un mistero che 26 anni di indagini non sono riusciti a dipanare. Fino all’avocazione decisa pochi giorni fa dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato che, a sorpresa, ha sottratto l’inchiesta ai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, firmatari di una richiesta di archiviazione, “al fine di compiere tutte le investigazioni utili” su un caso che potrebbe essere collegato all’attentato sulla scogliera dell’Addaura, dove due mesi prima qualcuno aveva piazzato venti chili di tritolo a pochi metri dalla villa di Falcone. Chi? “Menti raffinat issime”, disse il giudice antimafia, che per la prima volta parlò di “punti di collegamento tra Cosa nostra e centri occulti di potere”, capaci di orientare le strategie criminali.

“Se mi succede qualcosa, cercate nell’armadio”

Ed è qui, nell’intreccio tra mafia e servizi deviati che Agostino lascia la sua vita di poliziotto sguinzagliato nella Palermo delle borgate a svolgere attività che, come scrive Scarpinato nella sua avocazione, “esulavano dai suoi compiti ordinari”. Quali? Le aveva confidate ad un amico, prima di essere ucciso: nell’estate dell’89, la missione segreta del poliziotto Agostino era quella di “infiltrarsi” a caccia di latitanti.

Racconta Vincenzo Agostino, il padre, che Nino aveva lasciato un biglietto: “Se mi succede qualcosa, cercate nell’armadio”. Nessuno è riuscito mai a conoscere il contenuto di quell’armadio. Dopo l’uccisione dell’agente e della moglie, infatti, parte la macchina del de pistaggio.

Il capo della Mobile Arnaldo La Barbera, lo stesso che risulterà a libro paga del Sisde con il nome di “Ruti-lius”, imbocca un’i m p r o b abile pista passionale. La relazione di servizio la firma un ispettore di polizia, che finisce sotto inchiesta per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra: Guido Paolilli, uomo fidato di Bruno Contrada, il numero tre del Sisde poi condannato per concorso in associazione mafiosa.

A quell’ispettore, Agostino avrebbe fatto riferimento, quando confidò all’amico che insieme ad un collega si era messo “a dare la caccia ai corleonesi”, attività che aveva a che fare con l’intelligence. E in casa di Paolilli venne intercettata anni dopo una conversazione finita agli atti. Al figlio che gli chiedeva: “Cosa c’era in quell’armadio?”, l’ispettore rispose: “Unafreca di carte che ho distrutto”. Nei mesi scorsi, i pm di Palermo hanno chiesto l’archiviazione di Paolilli per la prescrizione del reato.

Le accuse di Scarantino e il ruolo di La Barbera

Ma tutto da approfondire è ancora il ruolo di La Barbera nel depistaggio sul delitto Agostino. Poco più di un mese fa, Vincenzo Scarantino, il falso-pentito della strage Borsellino, ha rivelato: “Il dottor Bo voleva che mi accollassi anche un duplice omicidio: quello di un poliziotto ucciso insieme alla moglie”. Oggi indagato per il depistaggio di via D’Amelio, Bo all’epoca era nella squadra Falcone-Borsellino diretta proprio dall’ex capo della Mobile poi scomparso nel 2002. E non è tutto. Perché Vincenzo Agostino un anno fa denunciava: “Nel 1990 La Barbera mi convocò per mostrarmi le fotografie dei possibili assassini di mio figlio. Puntava il dito su un biondino mai visto prima.

Solo dopo la strage di via D’Amelio, riconobbi Scaran-tino”.

È lo stesso La Barbera che a ll’inizio dell’89, come racconta il pentito Francesco Di Carlo, si presentò con due 007 nel carcere inglese di Full Sutton, dove lui era detenuto, chiedendo un contatto con i boss corleonesi: “Volevano fermare Falcone, volevano fare un attentato per finta per screditare il giudice davanti all’opinione pubblica”. Che c’entra La Barbera con quel progetto? E Agostino?

L’attentato a Falcone: “buoni” contro “deviati”

Nel fascicolo avocato da Scarpinato, oggi figurano due indagati: i boss Nino Ma-donia e Gaetano Scotto, a sua volta vicino ai servizi. A tirarli in ballo, come i killer di Agostino, è il pentito Vito Lo Forte: “L’ho saputo da Pietro Scotto”, ha detto, “e me l’ha raccontato anche Vito Gala-tolo”. Lo Forte è lo stesso che parlò di un ruolo di Agostino nell’attentato all’Addaura, delineando uno scontro tra servizi deviati e servizi “bu o ni”: i primi avrebbero piazzato l’esplosivo, i secondi con Agostino lo avrebbero sventato, il che spiegherebbe la frase di Falcone ai funerali del poliziotto. Ma gli esami del Dna sulla muta da sub lasciata dagli attentatori hanno dato esito negativo: Agostino, sulla scogliera, non c’era.

Ora, però, Scarpinato intende verificare “se siano emersi collegamenti” con il fallito attentato a Falcone, giudicando “insufficiente” il coordinamento attuato finora tra i pm di Palermo e Cal-tanissetta. Il Pg ha già chiesto l’acquisizione di nuove carte dalla Procura nissena e da quella di Reggio Calabria, dove alcuni pentiti avrebbero rivelato che Agostino è stato ucciso da Cosa nostra su input dei servizi. E già nel 2000 il collaboratore Oreste Pagano raccontò che il poliziotto pagò “perché aveva scoperto i collegamenti tra le cosche e pezzi della questura”.

La caccia ai corleonesi e la tesi del sostituto pg

La storia di Agostino si intreccia con altri misteri di quella stagione di veleni. Sette mesi dopo la sua morte, il 16 marzo ‘90, sparisce a Palermo un altro ragazzo: Emanuele Piazza. E pochi giorni dopo Gaetano Genova, vigile del fuoco, anche lui inghiottito dalla lupara bianca. Poi, un quarto: Giacomo Palazzolo, scomparso e ucciso dentro un garage. Solo Piazza ha ufficialmente rapporti con i servizi: dopo mesi di richieste, il Sisde ammette di averlo stipendiato dal 31 dicembre 1989. Quando era pm in procura, fu proprio Nico Gozzo, che adesso nei panni di sostituto pg tornerà ad indagare sul caso, ad ipotizzare che Agostino, Piazza, Genova e Palazzolo fossero “cacciatori di taglie”, spediti nelle borgate mafiose alla ricerca di contatti con i boss, forse alle direttive di un’unica struttura di intelligence.

Chi aveva interesse a fermarli? E perché? Scarpinato riparte dalle dichiarazioni del confidente Luigi Ilardo che, poco prima di essere ucciso, parlò di “faccia di mostro”, un killer dei servizi coinvolto in alcuni omicidi, tra cui proprio quello di Agostino. Il Pg vuole mettere a confronto Vincenzo Agostino, che ricevette la visita di un uomo sfigurato pochi giorni prima dell’uc ci si on e del figlio, e Giovanni Aiello, l’ex poliziotto sospettato di essere il killer sfregiato. Ma intende anche chiedere al pentito Galatolo informazioni su Vincenzo Monterosso, ex funzionario regionale con un lipoma sul volto, morto nel 2002, il cui nome ricorre nell’agenda di Piazza. Chi è quel funzionario riconosciuto da Giustino Piazza, padre del giovane 007, come “persona dal viso deforme che prendeva notizie dal figlio”? L’ennesima domanda sospesa nel nulla.

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Scritto da Magazine Donna il 16/07/2015 6:52

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