Renzi, l’autospot all’Expo Monologo senza repliche

Verso le 11 cioè un’ora dopo il teorico inizio dell’Assemblea Pd comincia a circolare la voce: Renzi non arriva, interviene in videoconferenza. Invece un quarto d’ora più tardi il corteo presidenziale fa capolino nell’orizzonte sfocato da un sole che spacca la testa. Il segretario del Pd arriva vestito da presidente del Consiglio (lontani i tempi in maniche di camicia), non si scusa per il ritardo, parla per un’ora e mezza. Poi si mette in bocca una gomma, si attacca al telefonino, va a pranzo, fa i selfie coi volontari. Torna, si riattacca al cellulare, se ne va. Le conclusioni non ci sono: di rispondere agli interventi dei delegati non ha proprio voglia.

Nella sudata attesa della venuta di Matteo, si consumano litri d’acqua e parecchi caffè al bar Coop (e di chi sennò?) fuori dall’Auditorium dell’Expo. L’ideona di farlo qui – temperatura percepita 40 gradi – la spiega il ministro De Rio: “È un’esperienza di successo ma difficile da realizzare. Il governo ha aiutato, era giusto farla qua” (di avviso diverso Don Mazzi: “Sarebbe stato meglio a Quarto Oggiaro, il Papa è andato in mezzo alla merda”). Ma l’E-xpottismo è lo spot perfetto per l’esecutivo (e al Pd piace così tanto che a Milano regalano il biglietto agli under 30 che s’iscrivono). Dopo lungo penare, lo show comincia con l’Inno di Mameli (versione ortodossa, senza manomissioni al testo di Michele Novaro), Lorenzo Guerini non resiste alla tentazione della mano sul cuore. L’incipit dell’intervento di Renzi è tutto un Pd-pride: la linea tra la rivendicazione dei risultati e la propaganda è sottilissima. Primo risultato: il Colle. Dopo la ferita dei 101, “il Pd aveva clamorosamente fallito, spaccato da mille tensioni interne. Vorrei fosse restituito l’onore al Pd: avevamo un passaggio difficile e delicato che poteva bloccare la legislatura: siete stati bravi a tenere la barra dritta perché sostituire Napolitano (appena lo nomina, compare la foto-santino, ndr) non era la cosa più semplice. A Napolitano va vicinanza, affetto, stima, è stato garante autentico della tenuta democratica ed è tuttora protagonista delle riforme e della vita parlamentare”. Anche delle recenti intercettazioni, ma ovviamente nessuno ne parla.

Gli altri passaggi politici sono l’Italia in Europa (e l’Europa in Italia: “Quando diciamo Europa, diciamo le nostre strade e le nostre piazze”). Spiega il premier che nelle ultime settimane “l’I talia – senza manie di protagonismo (!) – è riuscita a non essere più il problema ma parte della soluzione”. Poi i sempre verdi “Stati Uniti d’Europa” e Ventotene dove si terrà copyright Nicola Zingaretti un’iniziativa sull’Europa. Dopo aver bacchettato il Pse (“abbiamo portato dentro il Pd, non ci abbiamo trovato la politica”), si passa alle questioni domestiche. La parziale ammissione della débàcle elettorale (“abbiamo perso alcune città”) è subito mitigata da una cartina d’Italia che mostra le regioni governate dal Pd: “17 su 20”. Il Pd in crisi? Macché, chi lo dice è sotto effetto del caldo. Il discorso – al solito – è pieno di superlativi assoluti, con una grandeur che sfiora la megalomania: “Il Pd è il partito più votato nella storia d’Italia dal 1958 in poi”; “il Pd è il partito più votato in Europa”; “stiamo portando avanti il più grande cammino rifomatore della storia europea”. Non  più gufi, ma “musi lunghi”, la tribù responsabile del “disfattismo cosmico”: non c’è abbastanza gioia nel Pd. Il clou è sulle tasse, con tabella di marcia serrata e metafora gastronomica (se non qui, dove?): “Il mio impegno per i prossimi cinque anni è una riduzione delle tasse senza paragoni. Non possiamo continuare ad andare al ristorante pensando di far pagare il conto ai nostri figli”. Ma attenzione: senza riforme, le tasse non si tagliano. Il ddl Boschi (in prima fila, silenziosa) sarà approvato entro settembre. E, dall’aria che tira, senza modifiche.

C’è spazio anche per i due Sergio. Auguri a Mattarella e lodi a Marchionne, “coraggioso” perché ha riaperto una fabbrica a Detroit (e paga le tasse nel Regno Unito), la promessa della legge sulle unioni civili (Scalfarotto interrompe il digiuno) e le critiche agli avversari, con rassegna delle magliette di Salvini e ironie sui transfughi piddini. Ci sono anche i grillini, in particolare quei “bravi ragazzi” di Fico e Di Maio, “che abbiamo aiutato a essere eletti alla vicepresidenza della Camera e alla Commissione di Vigilanza Rai”: il concetto di “diritti delle minoranze” non è chiarissimo. Del resto anche quel che rimane delle minoranze interne (D’Alema e Bersani assenti), non è proprio calcolato. “Il Pd come partito della nazione finirà per imbarcare Alfano e i transfughi di Fi. Oppure possiamo costruire un nuovo campo del centrosinistra. È un bivio politico: lo sciogliamo?”, chiede Alfredo D’Attorre. Roberto Speranza: “La scorciatoia di avere come stampella Verdini e amici di Cosentino è un film dell’orrore”. Gianni Cuperlo: “C’è da ricostruire l’idea di partito”. A tutte le sollecitazioni – compresi i numerosi richiami alla riforma del Senato – Renzi non risponde. D’altra parte Matteo Orfini invita a non chiudersi “nella dialettica interna. Discutiamo. Ma non è possibile che ogni passaggio parlamentare diventi un congresso”. Figuriamoci l’assemblea del partito.

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Scritto da Magazine Donna il 19/07/2015 5:38

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