Renzi obbedisce alla Merkel e scarica Tsipras

La scelta di campo è netta: ilgoverno italiano, nella partita con la Grecia, sta con quello tedesco. Per ragioni di principio – se si vuole stare in una comunità, le regole vanno rispettate, come ha scandito Matteo Renzi ieri da Berlino – ma anchetattiche. L’Italia ha bisogno della Germania se vuole contare in Europa. Ne ha bisogno per cambiare rotta alla politica fiscale, ma anche in tutti gli altri dossier, a cominciare da quello sull’immigrazione. Non a caso Angela Merkel sta dando una mano a Renzi nella vicenda dei profughi, al contrario di Francois Hollande. Aiuto che, oggi, il premier ricambia, schierandosi con Frau Merkel nella scelta di riaprire le trattative con Atene solo dopo il referendum, diversamente da come vorrebbe Hollande.

Questo è il senso di quello che è successo ieri a Berlino, dove di fatto Matteo Renzi ha siglato con Angela Merkel il patto anti-Tispras. «Il referendum in Grecia», ha scandito il premier dopo il colloquio con la cancelliera, «è un errore», ma «rispetto la volontà del popolo greco». Dunque, «se ci sarà il referendum partiremo dopo» con i negoziati. Con buona pace di Parigi che vorrebbe un accordo prima. Non ha risparmiato battute puntute. «Appena finiremo diparlare dell’economia della Grecia spero che inizieremo a parlare di quella in Europa». Ancora: «La vera questione è se riusciamo a investire sulla crescita per tutti, non sull’Iva delle isole greche». E comunque, «sono un pochino più preoccupato del terrorismo che della Grecia». Quanto ai conti pubblici italiani, «ha più effetto una sentenza della Corte dei Conti che lo spread». Insomma, non pensi, il governo di Atene, di spaventare il resto dell’Europa.

Sistemato Alexis, con cui Renzi ha ricordato di aver volu -to fare una foto insieme alla Merkel, «ma non ha funzionato molto bene», ha dedicato il resto del tempo a confermare l’asse con la Germania. Che non si base, tout court, su una comunanza di idee. «Con Merkel non la pensiamo allo stesso modo su molti punti». Il punto è un altro: «Siamo rappresentanti di due grandi Paesi che stanno nel G7, nel G20, che hanno costruito l’Europa, rappresentiamo i due partiti più votati in Europa». Come dire: i pilastri del Vecchio Continente siamo noi. Una responsabilità che li unisce nel credere che «finché si sta in una comunità, bisogna stare alle regole condivise», perché «se ognuno fa come vuole poi non si va da nessuna parte». Ma entrambi sono convinti che serva «un’Euro -pa della politica e degli ideali», che non si limiti «a una discussione su parametri, virgole e cifre». Dove il sottotesto è: io, cara Angela, oggi ti aiuto sulla Grecia, ma mi aspetto che domani mi aiuterai a cambiare certe rigidità in tema di conti o di profughi. La Cancelliera, dal canto suo, si complimenta con «l’incredibile» piano di riforme del governo, fatto a un «ritmo impressionante».

È una partita delicata e su più tavoli. Non a caso in mattinata, all’università di Humboldt, Renzi si era scagliato contro l’Europa che manca di «coraggio» e di «identità», lanciando l’idea di «una terza via tra auste -rità e irresponsabilità». Al centro delle riunioni di Bruxelles dovrebbero esserci «non le piccole pratiche burocratiche di ogni giorno, ma il grande tema dell’identità». Non è possibile che«l’Uemanda sonde su Marte, ma non riesce ad entrare nelle banlieue».

Al di là della retorica, il punto, spiegano fedelissmi del premier, è che le chance di cambiare la politica europea, a partire da quell’austerity combattuta da Tsipras, passano solo da un rapporto con Berlino. Anche per questo Roma sta con

Berlino. Tanto più in un momento in cui il tradizionale asse Parigi-Berlino vacilla.

Quanto all’esito finale, c’è la convinzione che la Grecia resterà nell’euro. Qualunque sia l’esito del referendum. Il ministro Pier Carlo Padoan, nell’informativa alla Camera dei deputati, ha ricordato che l’Italia è esposta per 10,2 miliardi di prestiti bilaterali e 25,7 come contributi al fondo salva-stati. «L’Italia continua a lavorare per un accordo complessivo e inclusivo». Ma i negoziati riprenderanno dopo il 5 luglio. Anche perché, ormai, non ci sono più i tempi tecnici. Come dice a Libero Enzo Amendola, responsabile Esteri del Pd, «non è che tutti i Paesi hanno le stesse regole. Per prestare altri soldi alla Grecia, alcuni dovranno tornare nei rispettivi Parlamenti per chiedere un via libera».

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Scritto da Magazine Donna il 02/07/2015 5:44

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