«Rivogliamo il Cocoricò» L’appello di 50 mila ragazzi

«Non è il Bulldog di Amsterdam e non è il Berghain di Berlino». «Nessun mercato della droga». «Brava, e neanche del sesso». E non è neppure una discoteca: «Siamo il teatro mondiale di un certo mondo, di una musica e di artisti unici…». E avanti così con 50 mila ragazzi che invadono la Rete a suon di clic per chiedere una sola cosa: «Riapriamo il Cocoricò». Una cittadella virtuale con un sindaco reale, Fabrizio De Meis, gestore della struttura: «Chiudere oggi per quattro mesi significa chiudere per sempre senza che la cosa serva a combattere la cultura dello sballo».
Dall’altra parte, invece, il popolo dei genitori, dei questori, dei sindaci, dei procuratori, di chi controlla e scuote la testa: «Basta con questi locali che fanno morti e feriti».

L’Italia si spacca sulle notti dei giovani. Di qua gli innocentisti, di là i colpevolisti. I primi urlano «bacchettoni» e rivogliono le loro sale, i secondi sospirano e plaudono al pugno di ferro voluto da Riccione ricordando la lista nera del Cocoricò: tre morti, un trapiantato, altri in rianimazione (il ragazzo di 17 anni di Como che ha rischiato il trapianto di fegato non fa parte del bilancio perché non era qui quella sera, come aveva raccontato lui, ma a un rave party a Torino). E anche loro, seppure meno energicamente, presenti sul web con qualche hashtag: #4mesisonpochi. Insomma, due generazioni a confronto, con molte eccezioni. Come i lavoratori del litorale romagnolo che intorno e dentro il Cocori- cò hanno costruito le loro professioni. La discoteca dà lavoro a circa 200 persone, ma nel corso degli anni ha sviluppato un indotto enorme diventando una grande fabbrica del divertimento e del turismo che alimenta il fatturato di bar, ristoranti, acquafan, tassisti, albergatori. Una fabbrica finita sotto i riflettori della Guardia di Finanza perché risulterebbe non fare utili, il che ha spinto la procura di Rimini a vederci chiaro e la Guardia di Finanza a indagare su un’evasione di oltre 10 milioni di euro.

Ma al di là delle inchieste penali e dei provvedimenti di sospensione, emerge lo scontro ideologico. Che ha comunque un punto di convergenza: «Bisogna fare qualcosa». Lo stesso procuratore di Rimini, Paolo Giovagnoli, è sceso ieri in campo con una telefonata dalle vacanze: «Concordo con la chiusura, bisogna che i gestori investano di più sulla prevenzione, devono capire che conviene anche a loro, perché le chiusure costano».A De Meis è venuta un’idea: «Propongo Daspo per chi spaccia e tamponi per chi entra. Se non prendono decisioni importanti fatti luttuosi come quelli del sedicenne morto per ecstasy purtroppo continueranno. Se non rientrerà la sospensione dovremmo alzare bandiera bianca perché avremo una perdita di 1,5-2 milioni di euro». E preannuncia il ricorso al Tar. I ragazzi sono con lui, almeno sull’obiettivo finale: riaprire. I genitori no: solo se cambia davvero, mah.

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Scritto da Magazine Donna il 04/08/2015 7:24

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