“Schettino lasciò la nave e a bordo non ci fu scampo”

Questo libro è dedicato a coloro che quella notte ;ono stati colpiti negli rffetti più cari. A loro è a verità, prima che a chiunque altro” è la dedica scritta da Schettino nel libro sulla sua ricostruzione del naufragio della Concordia, Le verità sommerse. Aggiungendo: “In coscienza rifarei tutto quello che ho fatto” e rispondendo a chi gli chiedeva un commento sulla condanna: “Attendiamo le motivazioni della sentenza”.

Le motivazioni depositate ieri non aiutano ad alleggerire la dedica scelta da Schettino. Parole durissime quelle scelte dai giudici del Tribunale di Grosseto che hanno condannato Francesco Schettino a 16 anni di carcere – la pubblica accusa aveva chiesto 23 anni e 3 mesi -per naufragio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime, abbandono della nave e mancate comunicazioni alle autorità, disastro che si concluse con 32 vittime. In 553 pagine i giudici Giovanni Puliatti, Marco Mezzaluna e Sergio Compagnucci scrivono che quelle morti non sarebbero mai avvenute se Schettino “avesse gestito l’emergenza con perizia e diligenza” in quanto la normativa stabilita era “doverosa”.

“NEL MOMENTO in cui l’imputato lasciava definitivamente la Co nc or di a”, la situazione era tale “da rendere impossibile, o comunque difficile”, per i passeggeri ancora a bordo, “trovare la salvezza”. Secondo i giudici le spiegazioni addotte a sua difesa dall’ex comandante durante il processo altro non sono state che una conferma della “superficialità e, al tempo stesso della supponenza con cui l’imputato si approcciava alla gestione dell’emergenza, ritenendo di fatto di poter decidere lui arbitrariamente quali regole rispettare e quali no”. Ed è salito sulla scialuppa sapendo che a bordo vi erano ancora passeggeri, sottolineano i giudici, spiegando che lo fece “per mettersi in salvo con la precisa intenzione di non risalirvi”. E non come Schettino disse a sua discolpa al termine del processo: “Non sono scappato dalla nave, sono scivolato su una scialuppa”. Una scelta “criminale” in quanto se Schettino non avesse abbandonato la nave avrebbe potuto contribuire a ridimensionare il numero delle vittime causate dal fortissimo impatto della nave sugli scogli delle Scole.

“La scelta, si passi il termine, criminale è stata quella a monte di portare una nave, con quelle caratteristiche e a quella velocità, così in prossimità dell’isola”, scrivono i giudici riferendosi all’inchino. Si trattò di una manovra “improvvisata”. Schettino “non programmò adeguatamente la manovra, navigando praticamente a vista. La situazione di pericolo è stata, infatti, creata dall’imputato”. Schettino sapeva che lì in quel punto c’erano gli scogli ma “era sicuro di poter condurre l’a z-zardata manovra con tranquillità”, sopravvalutando le “sue abilità marinaresche”. E tornando a quel fatidico inchino i giudici del Tribunale scrivono che Schettino decise di farlo non certamente per offrire ai clienti uno spettacolo aggiuntivo o per omaggiare l’ex comandante Mario Paolombo ma “per fare un piacere” al maître Antonello Tievoli “e per omaggiare alcune persone che, non a caso, ha fatto salire in plancia per ammirare il paesaggio assai ravvicinato alla costa”.

TORNATO in plancia con lui c’erano Tievoli, “destinatario dell’inchino” e l’hotel director Marrico Giampedroni, e la signora Cermontan. Schettino quella sera aveva cenato con Domnica Cermontan “aveva prenotato un tavolo per due persone” e aveva chiesto di rallentare la velocità della nave in modo da “ritardare l’inizio dell’accostata” proprio perché voleva “avere il tempo per finire con tranquillità la cena”. In quanto la sua “vera intenzione” era “effettuare un passaggio radente davanti al porto, dove si trova la casa di Tievoli” per “stupire non solo il comandante Palombo” con il quale non era mai scorso buon sangue “ma i suoi ospiti fatti salire per l’occasione sulla plancia”.

False, per i giudici, le parole dette al comandante dell’autorità marittima Gregorio De Falco. “Schettino improvvisava raccontando un film che scorreva solo nella sua immaginazi on e”, trattava De Falco “al la stregua di un duellante nell’Im-prò. Quelle menzogne risultano oltraggiose nei confronti delle centinaia di persone rimaste intrappolate e di chi non sarebbe riuscito a salvarsi”. E pensare che Schettino devolverà i proventi del libro per “incentivare la sicurezza in mare”.

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Scritto da Magazine Donna il 14/07/2015 5:43

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