Senato, la minoranza ingoia l’accordo

L’accordo tra maggioranza e minoranza Pd sull’elezione dei seantori è praticamente fatto. La relazione di Matteo Renzi, alla direzione nazionale, viene votata all’unanimità (l’ala dura se ne va per non farsi contare, ma restano in sala Gianni Cuperlo e anche Enrico Rossi). Ma a decretare il contrordine compagni, per cui l’ultima battaglia della minoranza, quella che doveva essere campale, è finita ancora prima di cominciare, è Pier Luigi Bersani. Poco dopo che la direzione è finita l’ex segretario, da Modena, dove era andato per chiudere la Festa dell’Unità, scelta che lìper lì era sembrata un segnale di ostilità, parla di «apertura significativa» da parte del premier. «Se si intende, come mi pare di avere capito, che gli elettori decidono, scelgono i senatori, e i consigli regionali ratificano, ne prendono atto, va bene, sono d’accordo». Fine di una guerra minacciata e mai iniziata.

Del resto che il film fosse questo, si era capito ancora prima che cominciasse la direzione. «L’accordo c’è», dicevano al Nazareno. La soluzione, come ha spiegato il premier e segretario nel suo intervento, ruota attorno alla legge Tatarella, quella che venne utilizzata nel ’95 per eleggere i consigli regionali. Come allora i presidenti di regione vennero «designati» dagli elettori, ma eletti dai consigli, così si propone di prevedere una «designazione» dei senatori da parte dei cittadini, tramite un listino alle elezioni regionali, quindi una «ratifica» da parte dei consigli regionali, a cui, però, resterà formalmente il potere di eleggere i componenti del Senato. Ad avanzare la proposta, domenica, era stato Vannino Chiti. In 24 ore si arriva un accordo e anche i più recalcitranti, come Miguel Gotor, accettano.

Nel riproporla in direzione, il premier-segretario ha ricordato, dando un colpo di fioretto, che grazie alla legge Tatarella diventarono presidenti di regione Bersani e Chiti. Se andò bene per loro, non si capisce perché non si può fare per i nuovi senatori. L’ultimo giapponese di una guerra già finita è Alfredo D’Attorre, pasdaràn bersaniano, che in direzione si è detto contrario anche a questa mediazione, mentre Gianni Cuperlo si è pronunciato a favo – re della proposta Chiti.

L’unico potenziale ostacolo è Piero Grasso. Se il presidente del Senato dovesse riaprire l’articolo 2, l’accordo con la minoranza salterebbe subito. Non a caso ieri Renzi, che è stato molto morbido con la minoranza, hausato toni durissimi con Grasso, sfiorando l’incidente istituzionale. «Il presidente del Senato», ha detto, «ha lasciato intendere che potrebbe aprire alle modifiche su un articolo già votato due volte dalle Camere. Sarebbe un fatto del tutto inedito e in quel caso dovremmo convocare una riunione congiunta di Camera e Senato». Se si «attiene alla Costituzione, la soluzione si trova». Parole che hanno sollevato una bufera, con Nichi Vendola che ha parlato di «minaccia a Grasso». Renzi è stato costretto a precisare che non c’è alcuna minaccia, «è ovvio che mi riferisco a una riunione dei gruppi Pd perché nei poteri del premier non c’è quello di convocare le Camere». Grasso – secondo indiscrezioni – avrebbe seguito il dibattito in tv e raccolto la precisazione come una sorta di tregua. O di un atto dovuto. Malo scontro è nell’aria.

Trovato l’accordo nel Pd, però ora è in mano a Grasso il potere di vita o di morte della riforma. Come ha detto Renzi, «l’elezione diretta non può sussistere perché va contro la doppia conforme, ma può esserci una designazione da parte degli elettori, poi ratificata da parte dei consigli regionali». Se la cornice è questa, «ci mettiamo un quarto d’ora, a risolvere i dettagli tecnici». «Le soluzioni tecniche», ha detto nella replica, «si trovano». Anche perché la questione di come eleggere i senatori «faccio fatica a considerarla strategica». La sua idea iniziale, un Senato dei sindaci, «l’ho mollata subito».

Quello su cui non può mollare è l’idea di ricominciare tutto da capo. Perché la riforma è il «tassello di un mosaico» più generale, composto da Jobs Act, fisco, Europa. Ma tutto si tiene a una condizione: che la riforma proceda e secondo i tempi. Poi, chi la vuole contrastare, è libero di farlo quando ci sarà il referendum. «Noi su questa riforma ci mettiamo la faccia. Andremo comune per comune. Voglio vedere chi saranno i promotori dei comitati per il no». A chi parla di «svolta autoritaria», l’unica risposta è «una risata», visto che «non c’è alcun intervento sui poteri del governo». Se, però, «dietro a questo si cela il tentativo di un rilancio continuo, si sappia che i diktat non li mette la maggioranza, ma neanche la minoranza». Se l’opposizione non è sul merito, ma al suo governo, si sappia che «senza le riforme, questa legislatura non esiste». Si va a votare. E chi dovesse portare a questo, dovrà renderne conto non solo al Paese, ma anche ai militanti. Non ha invocato la disciplina di partito. «Ma chiunque decide di interrompere questo percorso dovrà motivare le scelte dentro e fuori di qui». E ha ricordato che questo governo è nato con una «mossa ardita» e l’ha paragonata al Giappone nella partita di rugby con il Sud Africa. Alla «storiella del golpe non credono neanche i bambini». Quindi una stoccata a Corbyn, nuovo leader del Labour Party, «che è rimasto l’unico, insieme agli Washington General, a godere di perdere».

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Scritto da Magazine Donna il 22/09/2015 4:13

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