Si comprò i senatori: 3 anni a Berlusconi e Lavitola

Berlusconi è generoso e paga sempre il conto, ma il conto della compravendita dei senatori è salato, salatissimo. Arriva alle 19.56 di ieri, dopo sei ore e mezza di camera di consiglio dalla Prima Sezione del Tribunale di Napoli. Tre anni di reclusione e cinque anni di interdizione ai pubblici uffici per l’ex cavaliere e per Valter Lavitola, l’ufficiale pagatore dell’Operazione Libertà che tra il 2007 e il gennaio 2008 sconquassò la fragile maggioranza di centrosinistra al Senato. Ne fu il principale attore l’ex senatore Sergio De Gregorio, finanziato da B. con 3 milioni di euro per passare da Idv nel Pdl e per alimentare una “strategia di guerriglia urbana” che logorò il governo Prodi fino alla sfiducia. De Gregorio è fuori da questo processo, ha patteggiato 20 mesi dopo aver collaborato con la Procura vuotando il sacco della corruzione. Il Tribunale ha stabilito un risarcimento danni alla parte civile, il Senato della Repubblica, che verrà quantificato in sede civile. Il presidente Serena Corleto si è presa novanta giorni per il deposito delle motivazioni. Che presumibilmente arriveranno poco prima del 6 novembre, la data in cui secondo i calcoli della Procura scatterà la tagliola della prescrizione. Berlusconi ci ri-nuncerà, avvocato Niccolò Ghedini? “Lo decideremo quel giorno” e poi ricorda che con l’avvicinarsi della prescrizione questa è una sentenza “che non incide sulla libertà, ma sull’onorabilità del mio cliente, e comunque presenteremo appello per ottenere un’assoluzione nel merito. C’era già un precedente, e favorevole, della dottoressa Cimmo, secondo il quale le condotte del Cavaliere non costituivano reato”.

GHEDINI, che insieme all’avvocato Michele Cerabona ha difeso B. a Napoli (mentre Forza Italia era rappresentata da Franco Coppi e Bruno La-rosa), si riferisce alla pronuncia del Gip che nel marzo 2013 rigettò la richiesta di giudizio immediato avanzata dai pm partenopei. Il processo è poi andato avanti nonostante quell’incidente di percorso: normale richiesta di rinvio a giudizio, accolta da altro Gup, prima udienza l’11 febbraio 2014. Ne sono seguite 40 in diciassette mesi, quattro pm ad alternarsi sul banco dell’accusa: il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli ed i sostituti Alessandro Milita e i due che hanno parlato ieri in sede di controreplica: Fabrizio Vanorio (“oggi non scriviamo la storia, ma la giurisprudenza, è il primo caso di corruzione parlamentare”) ed Henry John Woodcock, che ha definito l’imputazione “un contratto illecito per vile pecunia” ed ha parlato “di vicenda processuale appassionante”. Clima sereno, processo rapido. “Ma non c’è stata corsia preferenziale – commenta il procuratore capo Giovanni Colangelo – piuttosto si è trattato di un processo ben istruito e nel quale non è stato limitato il diritto alla difesa esercitato da avvocati di alto profilo che hanno svolto un lavoro egregio nell’ambito di una vicenda delicata e senza precedenti. Il processo ha assicurato l’indipendenza del diritto di voto, che deve essere privo di condizionamenti esterni. Il reato di corruzione si riferisce non all’espressione del voto ma a una promessa di voto”.

Berlusconi si è difeso “nel processo” e non “dal processo”, i legali non hanno mai presentato istanza di rinvio e anche ieri erano in aula nonostante fosse giorno di astensione di protesta per la categoria. Ma lui, il Cavaliere, non si è fatto mai vedere. Non ha reso interrogatorio, e nemmeno le spontanee dichiarazioni che pareva volesse rendere in extremis, ne ha discusso coi legali, poi ha preferito rinunciare. Come ha rinunciato all’istanza presentata nei giorni scorsi alla Giunta delle Autorizzazioni alla Camera (al l’epoca era deputato) per far dichiarare la compravendita dei senatori nell’al v e o dell’insindacabilità dei parlamentari coperta dall’art. 68 della Costituzione. Lavitola, sempre presente, non ha ascoltato la sentenza. Pare, riferiscono gli avvocati Amedeo Barletta e Marianna Febbraio, a causa di un leggero malore, dovuto al caldo asfissiante della camera di sicurezza.

NELL’AULA 117 in questi diciassette mesi hanno sfilato come testimoni tutti i leader politici di quella travagliata stagione, da Anna Finocchia-ro a Romano Prodi, da Antonio Di Pietro a Clemente Mastella. “C’erano dei rumors -ha commentato Prodi – delle voci di cui non sapevo nulla, come ho detto al giudice, se l’avessi saputo sarei ancora presidente del Consiglio”. Prodi poteva costituirsi parte civile ma non lo fatto: “Perché? Il danno non è stato alla mia persona ma alla democrazia”.

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Scritto da Magazine Donna il 09/07/2015 8:27

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